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Explore every episode of the podcast Assaggi di Letteratura

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TitlePub. DateDuration
Un pensiero di Calvino su Cavalcanti10 août 202500:16:45
ep. 99 st. 1
"In Cavalcanti tutto si muove così rapidamente che non possiamo renderci conto della sua consistenza ma solo dei suoi effetti [..]. Alle origini della letteratura italiana – e europea – queste due vie sono aperte da Cavalcanti e da Dante. L’opposizione vale naturalmente nelle sue linee generali, ma richiederebbe innumerevoli specificazioni, data l’enorme ricchezza di risorse di Dante e la sua straordinaria versatilità. Non è un caso che il sonetto di Dante ispirato alla più felice leggerezza («Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io») sia dedicato a Cavalcanti."

Tratto da I. Calvino, "Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio.", Garzanti, MI 1988.

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Musica: "Nowhere To Be" by Cory Alstad
Donna me prega (commento di E. Pasquini)03 août 202500:18:19
ep. 98 st. 1
Lettura del commento di Emilio Pasquini della canzone di Guido Cavalcanti "Donna me prega perch'io voglio dire".


Donna mi prega perch’io voglio dire
d’un accidente che sovente è fero
ed è sì altero - ch’è chiamato amore.
Sì chi lo nega possa ’l ver sentire.
Ed, a presente, canoscente chero,
perch’io no spero - ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
che senza - natural dimostramento
non ò talento - di voler provare
là ove posa e chi lo fa creare,
e qual è sua vertute e sua potenza,
l’essenza, - poi ciascun suo movimento,
e ’l piacimento - che ’l fa dire amare
e s’omo per veder lo po’ mostrare.

     In quella parte dove sta memora
prende suo stato, sì formato come
diaffan da lume, - d’una scuritate
la qual da Marte vene e fa dimora.
Elli è creato ed à sensato nome,
d’alma costume - e di cor volontate.
Ven da veduta forma che s’intende,
che prende - nel possibile intelletto
come ’n subietto - loco e dimoranza.
In quella parte mai non à pesanza
perchè da qualitate non descende:
resplende - in sè perpetuale effetto;
non à diletto, - ma consideranza;
sì che non potè là gir simiglianza.

     Non è vertute, ma da quella vene
ch’è perfezione, che si pone tale
non razionale -, ma che sente dico.
For di salute giudicar mantene,
chè la ’ntenzione per ragione vale.
Discerne male - in cui è vizio amico.
Di sua potenza segue spesso morte
se forte - la vertù fosse impedita,
la quale aita - la contraria via,
non perchè oppost’a naturale sia;
ma quanto che da buon perfetto tort’è
per sorte - non po’ dire om c’aggia vita
che stabilita - non à segnoria:
a simel po’ valer quand’om l’oblia.

     L’esser è quando lo voler è tanto
ch’oltra misura di natura torna:
poi non s’adorna - di riposo mai.
Move cangiando color riso e pianto
e la figura con paura storna:
poco soggiorna: - ancor di lui vedrai
che ’n gente di valor lo più si trova.
La nova - qualità move sospiri
e vol ch’om miri - in non fermato loco
destandos’ira, la qual manda foco.
Imaginar non pote om che no ’l prova.
Nè mova - già però ch’a lui si tiri
e non si giri - per trovarvi gioco
nè certamente gran saver nè poco.

     De simil trage complexione sguardo
che fa parere lo piacere certo:
non po’ coverto - star quand’è sì giunto.
Non già selvaggio le beltà son dardo,
chè tal volere per temer è sperto:
consegue merto - spirito ch’è punto.


E non si po’ conoscer per lo viso:
c’om priso - bianco in tale obietto cade,
e chi ben aude - forma non si vede.
Dunqu’elli meno che da lui procede:
for di colore d’esser è diviso,
assiso - mezzo scuro luce rade:
for d’onne fraude - dice, degno in fede,
che solo di costui nasce mercede.

     Tu poi sicuramente gir, canzone,
là ’ve ti piace, ch’io t’ò sì adornata
ch’assai laudata - sarà tua ragione
da le persone - ch’anno intendimento:
di star con l’altre tu non ài talento.

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Musica: "Velvet morning" by Tobias Voigt
Perch'i' no spero di tornar giammai (G. Cavalcanti)27 juil. 202500:13:16
ep. 97 st. 1
La tragicità tipica di Cavalcanti, in questa ballata risulta piuttosto attenuata; è più corretto, in questo caso, parlare di malinconia e di rassegnazione della propria condizione devastata dall'amore.
Il poeta è lontano dalla donna amata e sente su di sé un presentimento di morte. Scrive dunque un messaggio di addio affidato alla poesia.

Perch'i’ non spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va tu, leggera e piana,
dritt’ a la donna mia
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri,
piene di doglia e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura,
tu saresti contesa,
tanto da lei ripresa,
che mi sarebbe angoscia,
dopo la morte poscia
pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì che vita m’abbandona,
e senti come ’l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
tanto è distrutta già la mia persona
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuo’ servire
mena l’anima teco,
molto di ciò ti preco,
quando uscirà del core.

Deh ballatetta, alla tua amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco nella sua pïetate
a quella bella donna a cui ti mando.
Deh! ballatetta, dille sospirando
quando le se’ presente:
questa vostra servente
viene per star con vui,
partita da colui
che fu servo d’Amore.’

Tu, voce sbigottita e deboletta,
ch’esci piangendo de lo cor dolente,
coll’anima e con questa ballatetta
va ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
davanti starle ognora.
 Anima, e tu l’adora
sempre nel su’ valore.

-

Musica: "Another chapter" by Brock Hewitt
Voi che per li occhi mi passaste 'l core (G. Cavalcanti)20 juil. 202500:12:37
ep. 96 st. 1
Se in "Chi è questa che vèn..." domina la lode alla dama, in "Voi che per li occhi mi passaste 'l core" prevalgono gli effetti dell'amore sull'amante, che ne è vittima. La mente e i sensi del poeta vengono sconvolti dalla forza irrazionale dell'amore...

Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
chè sospirando la distrugge amore.

E ven tagliando di sì gran valore
che’ deboletti spiriti van via;
riman figura sol’ en signoria
e voce alquanta che parla dolore.

Questa virtù d’amor, che m’à disfatto,
da’ vostr’occhi gentil presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro da ’l fianco.

Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto,
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ’l cor nel lato manco.

Musica: "Mist" by Giulio Fazio
Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira (G. Cavalcanti)13 juil. 202500:13:23
ep. 95 st. 1
In questo sonetto si come il punto di partenza provenga da Guinizzelli e al tempo stesso vi sia già un superamento del modello guinizzelliano. La lode sfocia nell'ineffabilità. Qui abbiamo infatti un assaggio della tragicità di Cavalcanti; egli è sbigottito perché il mistero della donna è insuperabile ed è incomprensibile attraverso i mezzi umani. Non possiamo dire che la donna che qui appare sia propriamente la donna-angelo di Guinizzelli o di Cino da Pistoia; è sì un'apparizione miracolosa, ma è avvolta nel dramma e nell'angoscia.

Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,
che fa tremar di chiaritate l’âre
e mena seco Amor, sì che parlare
null’omo pote, ma ciascun sospira?

O Deo, che sembra quando li occhi gira!
dical’ Amor, ch’i’ nol savria contare:
cotanto d’umiltà donna mi pare,
ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.

Non si poria contar la sua piagenza,
ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,
e la beltate per sua dea la mostra.

Non fu sì alta già la mente nostra
e non si pose ’n noi tanta salute,
che propiamente n’aviàn canoscenza.
La drammaticità di Guido Cavalcanti06 juil. 202500:14:54
ep. 94 st. 1
Guido Cavalcanti si distingue dagli altri stilnovisti perché mette il discorso amoroso su un piano fortemente drammatico. Il tema del saluto e della lode risultano compromessi; in lui l'amore non salva ma distrugge!
Tre amici poeti dello Stilnovo30 juin 202500:18:11
ep. 93 st. 1
Quando si pensa al Dolce Stilnovo, la mente viene immediatamente catturata dalla grandezza di giganti come Dante Alighieri, Guido Cavalcanti e Guido Guinizzelli. Essi sono giustamente le stelle polari di quella rivoluzione lirica che ha forgiato la nostra lingua e la nostra sensibilità. Tuttavia, per comprendere appieno la ricchezza e la complessità di questo movimento, è essenziale spostare lo sguardo e illuminare le figure meno note, gli "amici" poeti che, pur non avendo lasciato opere di pari monumentalità, hanno contribuito in maniera determinante a tessere la trama di quel capolavoro corale.
Lapo Gianni, Dino Frescobaldi e Gianni Alfani.
Angel di Deo simiglia in ciascun atto (Cino da Pistoia)22 juin 202500:14:08
ep. 92 st. 1
Cino da Pistoia è fra tutti gli stilnovisti quello che è rimasto fermo nell'aderenza all'ideologia del Dolce Stilnovo. Si può dire che ha esplorato con massima profondità e varietà i temi e i motivi tipici dello Stilnovo; è infatti una fonte preziosa per comprendere appieno le sfumature di questa corrente.
La sua produzione letteraria è molto vasta; il suo Canzoniere è il più ampio del fruppo degli stilnovisti.

Angel di Dio simiglia in ciascun atto
Questa giovine bella,
Che m’ha con gli occhi suoi il cor disfatto.
     E di tanta virtù si vede adorna,
Che chi la vuol mirare,
Sospirando, convielli il cor lasciare.
Ogni parola sua sì dolce pare,
Che là ove posa torna
Lo spirito che meco non soggiorna;
Però che forza di sospir lo storna,
Sì angoscioso è fatto
Quel loco dello quale Amor l’ha tratto.
     Io non m’accorsi, quando la mirai,
Ch’Amore assaltò gli occhi, onde disfatto
Fuor dell’alma trovai
La mia virtù che per forza lasciai;
E non sperando di campar già mai.
Di ciò più non combatto:
Dio mandi il punto di finir pur ratto.
 Ballata, a chi del tuo fattor dimanda,
Dilli che tu lo lasciasti piangendo
E comiato pigliasti,
Che vederlo morir non aspettasti:
Però lui che ti manda
A ciascun gentil cor lo raccomanda;
Ch’io per me non accatto,
Com’più viver mi possa a nessun patto.
Al cor gentil rempaira sempre amore (G. Guinizzelli)15 juin 202500:26:52
ep. 91 st. 1
Questa canzone costituisce un vero e proprio manifesto di poetica: è la dischiarazione della poetica del Dolce Stilnovo.
Lettura, commento, parafrasi e riflessione.

Al cor gentil rempaira sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura;
  né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
 ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ’l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propïamente
come calore in clarità di foco.

Foco d’amore in gentil cor s’aprende
come vertute in petra prezïosa,
  che da la stella valor no i discende
anti che ’l sol la faccia gentil cosa;
  poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto, pur, gentile,
donna a guisa di stella lo ’nnamora.

Amor per tal ragion sta ’n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
  splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero.
  Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
com’ adamàs del ferro in la minera.

Fere lo sol lo fango tutto ’l giorno:
vile reman, né ’l sol perde calore;
  dis’omo alter: «Gentil per sclatta torno»;
lui semblo al fango, al sol gentil valore:
  ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core,
com’aigua porta raggio
e ’l ciel riten le stelle e lo splendore.

Splende ’n la ’ntelligenzïa del cielo
Deo crïator più che [’n] nostr’occhi ’l sole:
  ella intende suo fattor oltra ’l cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
  e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che [’n] gli occhi splende
del suo gentil, talento
che mai di lei obedir non si disprende.

Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
sïando l’alma mia a lui davanti.
  «Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
  ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza».
Io voglio del ver la mia donna laudare (G. Guinizzelli)08 juin 202500:11:50
ep. 90 st. 1
Come ha detto Gianfranco Contini, "Io voglio del ver la mia donna laudare" è un repertorio di topoi stilnovistici. Qui compaiono tutti insieme; e da ora in poi torneranno e verranno ripresi dagli altri poeti. Dante stesso definità il dolce stile partendo proprio da questo sonetto. In qualche modo, questo è l'antecedente più vicino al trattamento che Dante riserverà a Beatrice.

Io vogliọ del ver la mia donna laudare
ed asembrarli la rosa e lo giglio:
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.

Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ’l de nostra fé se non la crede;

e no·lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior vertute:
null’ om pò mal pensar fin che la vede.
L'amore nella novità di Guido Guinizzelli01 juin 202500:14:24
ep. 89 st. 1
Con lo Stilnovo, complice anche il nuovo vigore che la Chiesa manifesta, passando attraverso la lotta contro le eresie, il pensiero di San Tommaso d'Aquino e la mistica francecana, l'elogio alla donna, all'amore, ruota intorno al sistema delle virtù cristiane. Addirittura, Dio rimprovererà il poeta per amare la donna di un amore che solo a lui può spettare...
Il Dolce Stilnovo (introduzione)25 mai 202500:14:33
ep. 88 st. 1
Guido Guinizzelli supera la lirica siciliana e la siculo-toscana, proponendo una novità inedita: la fedeltà incondizionata all'ispirazione d'Amore...
Per capire meglio questo discorso, vi incito a recuperare le puntate precedenti alla prosa novellistica, dalla 60 alla 75. Ripartiamo da qui e riprendiamo il discorso sulla poesia del Duecento.
Il Novellino18 mai 202500:09:20
ep. 87 st. 1
Il "Novellino" è una raccolta che dà inizio alla novellistica italiana.
"... si vogliono insegnare i fiori del parlare e i comportamenti nobili"; lo si vuol fare prendendo esempio da chi è colto e nobile per nascita, ma lo si fa per tramandare questo sapere ai poveri di cultura, ai "minori", perché a loro volta possano raccontare ed insegnare a 2colore che non sanno e che desiderano sapere".
Dall'exemplum alla novella11 mai 202500:12:51
ep. 86 st. 1
Con il tempo, le cose sono cambiate l'attenzione dell'uditorio si è spostata sempre di più sulla narratio, cioè sulla bellezza della storia e sul modo in cui veniva raccontata.  L'insegnamento morale è diventato piano piano meno importante, e così l'exemplum si è trasformato in una nuova forma di racconto: la novella.
La novellistica di stampo orientale04 mai 202500:15:13
ep. 85 st. 1
Le narrazioni della tradizione orientale in lingua araba sono modelli vicini ai nostri exempla e fabliaux, ma presentano delle novità che l'Occidente farà proprie e riutilizzerà. Questi testi (come "Il libro dei sette savi", "Il romanzo di Balaam e Josaphat" e "Le mille e una notte") sono stati molto influenti a partire dal Duecento in Europa, grazie a traduzioni, adattamenti e rielaborazioni da parte di intermediari.
L'immagine dell'Oriente nel Medioevo (Le Goff e Said)27 avr. 202500:12:01
ep. 84 st. 1
J. Le Goff, in "Tempo della Chiesa e tempo del mercante" spiega come l'Oriente fosse concepito dall'uomo medievale come un mondo onirico nel quale lasciarsi andare ed essere senza inibizioni.
Si propone anche un commento all'importante considerazione sull'Oriente che è stata elaborata dallo studioso di origine palestinese Edward Walter Said.
Marco Polo borghese laico che scopre il diverso20 avr. 202500:16:39
ep. 83 st. 1
Marco Polo scrive di meraviglie, ma non scrive per meravigliare; rimane sempre con uno sguardo analitico, quasi da moderno reporter. Sicuramente si è posto nei confronti di quel mondo nuovo con un atteggiamento molto aperto e tollerante. Un atteggiamento lodevole per un uomo occidentale della sua epoca. Se pensiamo agli atteggiamenti dei conquistadores di circa duecento anni dopo in America, Marco Polo si proietta già nel futuro, ben oltre gli albori dell'Età Moderna.
La prosa letteraria volgare (Marco Polo)13 avr. 202500:14:54
ep. 82 st. 1
Il "Milione" di Marco Polo è un'opera rivoluzionaria perché non ha avuto soltanto delle ricadute di carattere culturale e narratologico, ma anche di natura etnologica, pratica, nautica, geografica, ecc... E' un capolavoro anche perché è un'opera sui generis... è una crocana, ma anche un trattato geografico; è un romanzo di avvantura, ma anche un manuale per viaggiatori e mercanti; contiene saggi diplomatici e di carattere religioso; è un repertorio di leggende e altro ancora!
La prosa letteraria volgare (Dino Compagni)06 avr. 202500:13:10
ep. 81 st. 1
Dino Compagni è una figura di spicco nel panorama letterario e storico italiano del Duecento, e la sua opera, la "Cronica delle cose occorrenti ai tempi suoi", riveste un'importanza cruciale per comprendere lo sviluppo della prosa volgare in quel periodo.
La "Cronica" di Dino Compagni, pur essendo un'opera di parte, che presenta molti caratteri di soggettività, e non sempre storicamente accurata, rimane una testimonianza fondamentale per comprendere il clima politico e culturale della Firenze comunale del Duecento e per apprezzare le nascenti potenzialità della prosa volgare italiana. È un tassello cruciale nella transizione dal latino al volgare come lingua letteraria e culturale in Italia.
Il realismo della poesia comica (F. Suitner)30 mars 202500:10:08
ep. 80 st. 1
Vale la pena approfondire la realtà documentaria della poesia comica. Franco Suitner ci dice chiaramente che la poesia comica ha avuto un ruolo fondamentale nella documentazione degli aspetti concreti della vita comunale del Duecento nella nostra penisola. Questo tipo di poesia si può considerare una prima affermazione di realismo letterario.

Passi scelti tratti da "Poesia satirica e giocosa nell'età dei Comuni", Antenore editore, Padova 1983.
La figura di Cecco Angiolieri secondo Mario Marti23 mars 202500:07:03
ep. 79 st. 1
Siamo sicuri che Cecco Angiolieri voglia davvero dissacrare la vita per un risentimento esistenziale? Il suo riso/sorriso deve per forza indurci a pensare in termini leopardiani (o semplicemente umoristici)? Il suo non potrebbe essere, come ha suggerito Luigi Pirandello, soltanto un gioco?

Lettura di un passo scelto, tratto dal saggio "Cecco Angiolieri" di Mario Marti, contenuto in "Dizionario biografico degli italiani", vol III, istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma, 1961.
S'i' fosse foco (C. Angiolieri)16 mars 202500:11:28
ep. 78 st. 1
Oltre al commento al sonetto "S'i' fosse foco arderei il mondo" di Cecco Angiolieri, si propone la riflessione del 1908 di Luigi Pirandello, il quale ha negato che Cecco Angiolieri avesse la volontà di comunicare nelle sue opere, oltre al riso e alla dissacrazione, anche dolore e amarezza per la condizione umana.
Tre cose solamente m'ènno in grado (C. Angiolieri)09 mars 202500:09:53
ep. 77 st. 1
Non cadiamo nell'errore di pensare che Cecco Angiolieri non fosse colto e non conoscesse il buongusto. Egli ha fatto una scelta: si nega ad un impegno politico (diversamente da Guittone d'Arezzo ad esempio) e non si vuole nemmeno impegnare sul piano morale (né amoroso, né religioso). E' un radicale, un estremista; ma c'è chi ha osservato che possa essere in realtà un malinconico e un disperato, atterrito e combattuto da un desiderio di elevazione impraticabile.

     Tre cose solamente mi so ’n grado, 
le quali posso non ben men fornire: 
ciò è la donna, la taverna e ’l dado; 
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire.

     Ma sì me le conven usar di rado, 
ché la mie borsa mi mett’al mentire; 
e quando mi sovvien, tutto mi sbrado, 
ch’i’ perdo per moneta ’l mie disire. 

     E dico: – Dato li sia d’una lancia! – 
Ciò a mi’ padre, che mi tien sì magro, 
che tornare’ senza logro di Francia. 

     Trarl’un denai’ di man serìa più agro, 
la man di pasqua che si dà la mancia, 
che far pigliar la gru ad un bozzagro.
La poesia didattica e la comico-giocosa02 mars 202500:34:53
Ep. 76 st. 1
La poesia didattica del Duecento è un fenomeno letterario ricco e variegato, che testimonia la vitalità del volgare italiano e la volontà di utilizzare la poesia per scopi educativi e morali. Sebbene spesso meno apprezzata rispetto alla lirica amorosa o alla narrazione cavalleresca, rappresenta un tassello fondamentale per comprendere la nascita e lo sviluppo della letteratura italiana (Brunetto Latini, Uguccione da Lodi, Anonimo Genovese, ecc).
La poesia popolare e giullaresca del Duecento è un fenomeno fondamentale per comprendere la cultura e la letteratura italiana delle origini. Testimonia la vitalità del volgare, la ricchezza della cultura popolare e il ruolo centrale dei giullari come artisti, informatori e animatori della vita sociale e culturale dell'epoca (Rustico Filippi e Cecco Angiolieri).
Non solo Compiuta Donzella23 févr. 202500:13:41
ep. 75 st. 1Apriamo una piccola parentesi per dare spazio al gruppo delle trovatrici occitaniche delle quali non è stato approfondito prima l'argomento. In mezzo a tante voci maschili, esiste un corpus prodotto da donne; è un numero esiguo di nomi, ma comunque significativo.
Comtessa de Dia: la più famosa tra le trobairitz, vissuta nel XII secolo. Le sue poesie parlano d’amore con grande passione e sicurezza. Il suo componimento più noto è "A chantar m’er de so qu’eu no volria", unico testo di una trobairitz giunto fino a noi con melodia.
Azalais de Porcairagues: poetessa attiva tra il 1150 e il 1200, nota per la sua poesia dedicata a un cavaliere crociato.
Castelloza: probabilmente vissuta nel XIII secolo, è autrice di poesie d’amore in cui esprime il dolore per un amante infedele.
Béatrice de Die: a volte confusa con la Comtessa de Dia, ma comunque una delle poetesse più note dell’epoca.
Altri poeti siculo-toscani16 févr. 202500:12:21
ep. 74 st. 1
Il ruolo di iniziatore delle pratiche poetiche dei siculo-toscani spetta a Bonagiunta Orbicciani; poi possiamo trovare tanti altri nomi di poeti a noi pervenuti che si sono distinti, ognuno a proprio modo, chi più chi meno, nella Toscana dell'epoca.
Chiaro Davanzati, Andrea Monte, Inghilfredi, Mino Mocato, Folcacchiero dei Folcacchieri, Meo Abbracciavacca, Panuccio dal Bagno, Tiberto Galinziani, Galletto, Pucciandone Martelli, ecc... La puntata si chiude con un degno commento alla prima poetessa in lingua volgare italiana: Compiuta Donzella.
Ahi lasso, or è stagion de doler tanto (G. d'Arezzo)09 févr. 202500:25:12
ep. 73 st. 1
Questo componimento è un chiaro esempio dell'impegno morale e civile di Guittore, il quale incarne un nuovo tipo di intellettuale, un intellettuale comunale, cittadino. Già qui si nota la differenza con la poesia provenzale e siciliana.
Siamo di fronte al primo esempio di poesia civile della nostra letteratura!

Ahi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
ch’a certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ’l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ’l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ’n altezza?

Altezza tanta êlla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenea modo imperïale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’ e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto
u’ non sonasse il pregio del Leone.

Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ’l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregio[n] mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri, e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantir sì, che ’l piagãr quasi a morte;
ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono;
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.

Conquis’è l’alto Comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ’l danno che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto:
ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua forza,
e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;
Sangimignan, Pog[g]iboniz’ e Colle
e Volterra e ’l paiese a suo tene;
e la campana, le ’nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta che più ch’altra è folle.

Foll’è chi fugge il suo prode e cher danno,
e l’onor suo fa che vergogna i torna,
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto signoria fella e malvagia,
e suo signor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
padri e figliuoli aucisi;
e piacemi che lor dobiate dare,
perch’ebber en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.

Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese,
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ’l pisano,
e ’l perogin che ’l lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onor e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che desïavate
potete far, cioè re del toscano.

Baron lombardi e romani e pugliesi
e toschi e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella,
che fare vol de sé rei dei Toscani,
dapoi che li Alamani
ave conquisi per forza e i Senesi.
La poesia nuova di Guittone d'Arezzo02 févr. 202500:07:37
ep. 72 st. 1
Guittone d'Arezzo va oltre  la concezione della poesia come puro fatto lirico e la intende più concretamente e attivamente come uno strumento per l'argomentazione logica.
Lettura da un estratto dell'opera "Lirici del Duecento" di Carlo Salinari, UTET, Torino 1951.
Guittone d'Arezzo26 janv. 202500:11:56
ep. 71 st. 1
Guittone d'Arezzo è il più importante autore del gruppo dei siculo-toscani; tanto da avere per molto tempo a seguire numerosi imitatori del suo stile, i cosiddetti "guittoniani".
La canzone politica e la forma-libro del proprio canzoniere sono il lascito più importante di questo autore per noi ormai dimenticato, a causa del suo estremo rigore formale e manieristico. Dobbiamo però risconoscergli un seme fondamentale per il germoglio di un'espressione lirica nuova e moderna.
L'esperienza dei siculo-toscani19 janv. 202500:14:41
ep. 70 st. 1
Siamo sicuri che la poesia della Scuola Siciliana avesse trovato una vasta eco in Toscana e in Emilia-Romagna. Numerose sono infatti le testimonianze che attestano rapporti frequenti tra i funzionari della Magna Curia con i Comuni dell'Italia centrale e centro-settentrionale.
Dopo la caduta degli Svevi, ci fu una totale esportazione, per quanto possibile, della produzione letteraria e culturale siciliana, la quale venne recuperata, ripresa e poi trasformata per dare vita alla nuova tradizione ribattezzata "siculo-toscana.
Scuola siciliana primo fiore poetico unitario12 janv. 202500:08:35
ep. 69 st. 1
Viene proposta in questa puntata una riflessione sul valroe della Scuola Siciliana. Si fa riferimento a due brani interessanti:
  1. La posizione di Dante Alighieri sulla Scuola Siciliana, tratta dal "De Vulgari Eloquentiae";
  2. Alcuni passi scelti tratti dal saggio di R. Antonelli dal titolo "Introduzione a Giacomo da Lentini", contenutoin "I poeti della Scuola Siciliana", vol I, Mondadori, I Meridiani, Milano 2008.
Rosa fresca aulentissima (Cielo d'Alcamo)05 janv. 202500:11:46
ep. 68 st. 1
Michele da Alcamo è un autore riconducibile alla Scuola Siciliana di cui sappiamo molto poco. Si ipotizza perfino che fosse un giullare; certo è che non era privo di cultura. Conosceva così bene le forma della poesia provenzale al punto da riuscire a farne una parodia.
Rosa fresca aulentissima è un contrasto, cioè la messa in scena di un dissidio verbale fra due parti; nel caso specifico, tra il poeta e una dama che egli vuole convincere a giacere con lui...
Pir meu cori alligrari (S. Protonotaro)15 déc. 202400:12:12
ep. 67 st. 1
Tra le opere più celebri di Stefano Protonotaro vi è il componimento "Pir meu cori alligrari", che ha il pregio di essere giunto fino a noi in siciliano originale; è sopravvissuto infatti alla toscanizzazione; i copisti toscani tradussero infatti i testi adattandoli al loro dialetto.
Protonotaro è quindi particolarmente importante per comprendere il volgare siciliano del XIII secolo.
In "Pir meu cori alligrari", Protonotaro esplora temi tipici della poesia cortese, come l'amore idealizzato e la bellezza della donna amata, con un linguaggio elegante e melodico.

Canzone di 5 strofe di 12 versi, endecasillabi e settenari.

Pir meu cori allegrari,
chi multu longiamenti
senza alligranza e joi d'amuri è statu,
mi ritornu in cantari,
ca forsi levimenti
da dimuranza turniria in usatu
di lu troppu taciri;
e quandu l'omu à rasuni di diri,
ben di' cantari e mustrari alligranza,
ca senza dimustranza
joi siria sempri di pocu valuri;
dunca ben di' cantari onni amaduri.

E si per ben amari
cantau juiusamenti
homo chi avissi in alcun tempu amatu,
ben lu diviria fari
plui dilittusamenti
eu, chi su di tal donna inamuratu,
dundi è dulci placiri,
preiu e valenza e juiusu pariri
e di billizi cuta[n]t' abondanza,
chi illu m'è pir simblanza
quandu eu la guardu, sintir la dulzuri
chi fa la tigra in illu miraturi;

chi si vidi livari
multu crudilimenti
sua nuritura, chi illa à nutricatu,
e si bonu li pari
mirarsi dulcimenti
dintru unu speclu chi li esti amustratu,
chi l'ublia siguiri.
Cusì m'è dulci mia donna vidiri:
chi 'n lei guardandu met[t]u in ublianza
tutta'altra mia intindanza,
sì chi instanti mi feri sou amuri
d'un culpu chi inavanza tutisuri.

Di chi eu putia sanar;
multu legeramenti,
sulu chi fussi a la mia donna a gratu
meu sirviri e pinari
m'eu duitu fortimenti
chi quandu si rimembra di sou statu
nu lli dia displaciri.
Ma si quistu putissi adiviniri,
ch'Amori la ferissi de la lanza
chi mi fer' e mi lanza,
ben crederia guarir de mei doluri,
ca sintiramu equalimenti arduri.

Purriami laudari
d'Amori bonamenti,
com'omu da lui beni ammiritatu;
ma beni è da blasmari
Amur virasementi,
quandu illu dà favur da l'unu latu,
chi si l'amanti nun sa suffiriri,
disia d'amari e perdi sua speranza.
Ma eu suf[f]ru in usanza,
chi ò vistu adessa bon sufrituri
vinciri prova et aquistari hunuri.

E si pir suffiriri,
ni per amar lialmenti e timiri,
homo aquistau d'Amur gran beninanza,
digu avir confurtanza
eu, chi amu e timu e servi[i] a tutt'uri
cilatamenti plu chi altru amaduri.
Io m'aggio posto in core a Dio servire (G. da Lentini)08 déc. 202400:07:48
Questo è un sonetto particolare perché il poeta unisce, in un unico tratto ideologico, due tradizioni, quella provenzale dell'omaggio alla donna e quella religiosa del servizio di Dio.

  Io m’ag[g]io posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco, c’ag[g]io audito dire,
o’ si mantien sollazo, gioco e riso.

  Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’à blonda testa e claro viso,
che sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.

  Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io pecato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento,

  e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
che·l mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.
Amor è uno desio che ven da core (G. da Lentini)24 nov. 202400:07:23
Il sonetto fa parte di una tenzone poetica con Pier delle Vigne e Jacopo Mostacci sulla natura dell'amore... Giacomo da Lentini si oppone ad un amore mentale e distante, come quello dell'amor de lonh proposto dai trobadorici. Il vero amore, per generarsi, ha bisogno di una sollecitazione concreta: la vista della dama in tutta la sua bellezza.

Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.

Ben è alcuna fiata om amatore
senza vedere so ’namoramento,
ma quell’amor che stringe con furore
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento:

ché li occhi rapresenta[n] a lo core
d’onni cosa che veden bono e rio
com’è formata natural[e]mente;

e lo cor, che di zo è concepitore,
imagina, e [li] piace quel desio:
e questo amore regna fra la gente.
Meravigliosamente (G. da Lentini)17 nov. 202400:12:11
Commento al testo più popolare di Jacopo Notaro.

Meravigliosamente
un amor mi distringe
e mi tene ad ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo,
che ’nfra lo core meo
porto la tua figura.

In cor par ch’eo vi porti,
pinta como parete,
e non pare di fore.
O deo, co’ mi par forte.
Non so se lo sapete,
con’ v’amo di bon core:
ch’eo son sì vergognoso
ca pur vi guardo ascoso
e non vi mostro amore.

Avendo gran disio,
dipinsi una pintura,
bella, voi simigliante,
e quando voi non vio,
guardo ’n quella figura,
e par ch’eo v’aggia avante:
come quello che crede
salvarsi per sua fede,
ancor non veggia inante.

Al cor m’arde una doglia,
com’om che ten lo foco
a lo suo seno ascoso,
e quando più lo ’nvoglia
allora arde più loco
e non pò stare incluso:
similemente eo ardo
quando pass’e non guardo
a voi, vis’amoroso.

S’eo guardo, quando passo,
inver’ voi, no mi giro,
bella, per risguardare.
Andando, ad ogni passo
getto uno gran sospiro
che facemi ancosciare;
e certo bene ancoscio,
c’a pena mi conoscio,
tanto bella mi pare.

Assai v’aggio laudato,
madonna, in tutte le parti
di bellezze ch’avete.
Non so se v’è contato
ch’eo lo faccia per arti,
che voi pur v’ascondete.
Sacciatelo per singa,
zo ch’eo no dico a linga,
quando voi mi vedrite.

Canzonetta novella,
va’ canta nova cosa;
lèvati da maitino
davanti a la più bella,
fiore d’ogni amorosa,
bionda più c’auro fino:
«Lo vostro amor, ch’è caro,
donatelo al Notaro
ch’è nato da Lentino.»
Giacomo da Lentini10 nov. 202400:07:16
Giacomo da Lentini, noto anche come Jacopo Notaro, è una figura centrale della Scuola Siciliana, un movimento letterario del XIII secolo che ha gettato le basi della poesia lirica italiana. Operando sotto la corte di Federico II di Svevia, Giacomo ha contribuito in modo significativo allo sviluppo del sonetto, una forma poetica che avrebbe avuto un impatto duraturo sulla letteratura europea. I suoi versi, spesso caratterizzati da un raffinato uso del volgare siciliano, esplorano temi di amore cortese con una sensibilità che unisce l'eredità trobadorica alla nascente cultura italiana. La sua maestria nel bilanciare innovazione formale e profondità emotiva ha reso la sua poesia un modello per i successivi poeti italiani, tra cui Dante Alighieri e Petrarca. Giacomo da Lentini viene celebrato non solo come un abile artigiano del verso, ma anche come un pioniere che ha contribuito a elevare il volgare come lingua letteraria di prestigio.

La lingua e i poeti della Scuola siciliana03 nov. 202400:11:25
Quello dei poeti della Magna Curia è un volgare illustre ed è interregionale. Un primo strato linguistico, di base, è costituito dal volgare siciliano, ma su di esso agiscono e si sedimentano gli influssi e i contributi di altre lingue: il latino, il provenzale e i dialetti italiani che i giuristi portano con sé per i più svariati motivi [...]
Spiegazione della toscanizzazione della lingua della Scuola siciliana ed elenco dei poeti degni di nota.
Le peculiarità della Scuola siciliana27 oct. 202400:14:21
Caratteri e peculiarità della Scuola siciliana. La poesia siciliana è tutta dedicata all'anima e allo spirito amoroso; la fenomenologia dell'innamoramento è il perno attorno al quale ruotano le nuove composizioni dei poeti-giuristi.
Rinnovamento della forma canzone, invenzione del sonetto e abbandono dell'accompagnamento musicale.
La Scuola siciliana (introduzione)20 oct. 202400:09:27
Nella prima metà del Duecento si forma e si sviluppa un fenomeno assai unico ed importante. Ne è protagonista il regno di Sicilia, alla cui guida vi è Federico II di Svevia [...]

Formazione e nascita della Scuola siciliana.
59-Origini romanze (A. Varvaro)13 oct. 202400:21:23
"Perché sia accaduto che ad una lingua unitaria, il latino, si siano sostituite più lingue neolatine è problema molto controverso e tutt'altro che facile da risolvere".

Condivisione di brani scelti dal saggio Origini romanze di Alberto Varvaro, contenuto in Storia della letteratura italiana diretta da Enrico Malato, Volume I, Salerno editrice, Roma 1995.
58-I re garanti dell'equilibrio e della prosperità06 oct. 202400:08:11
L'impero doveva fare i conti con una figura che dominava la scena feudale: il re.
Il re è il cardine attorno al quale tutto ruota... anche i cavalieri, nostri eroi; nessuno escluso. Rolando, Lancillo e Parceval bastano come esempio.
Il re è l'apice e l'erede di quella stirpe che ha permesso alla comunità di aggregarsi al sicuro dai pericoli, di stabilizzarsi e di divenire poi un regno.
E' presente una lettura tratta da Il Basso Medioevo di J. Le Goff, trad. di E. Vaccari Spagnol, Feltrinelli, Milano 1967.
L'origine della classe dei cavalieri (Lynn White Jr.)29 sept. 202400:18:56
ep. 57 st. 1
Come si esce dalla terribile condizione di degrado nella quale l'intero mondo altomedievale era inevitabilmente caduto? Ripartendo da zero, dalla terra e dalla guerra.
Chi ha poi dato stabilità allo status delle cose, chi ha mantenuto l'equlibrio sociale, chi ha difeso la comunità che nel frattempo si stabilizzava e progrediva? E' stato il cavaliere. Non tanto il cavaliere in senso stretto, ma il guerriero in senso lato...

Lettura di un brano tratto da Lynn White Jr., Tecnica e società nel Medioevo, Il Saggiatore, Milano 1967.
La carestia del 1033 (Rodolfo il Glabro)22 sept. 202400:14:29
ep. 56 st. 1
Secondo approfondimento per comprendere meglio tutto quello che è stato illustrato fino a questa 56esima puntata.
Rodolfo il Glabro racconta le terribili realtà sulla carestia del 1033 in Borgogna.
Lettura tratta da Cronache dell'anno Mille [Storie], a cura di G. Cavallo e G. Orlandi, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori, Milano 1989.
Aspetti della prima società medievale (M. Bloch)15 sept. 202400:16:57
ep. 55 st. 1
Approfondimento di alcuni aspetti della società e della cultura medievale, utili per comprendere meglio tutto quello che è stato illustrato finora.
"La società feudale" di M. Bloch, Einaudi, Torino 1949.
Poemetto narrativo-didascalico (Giacomino da Verona e Bonvesin de la Riva)08 sept. 202400:17:48
ep. 54 st. 1
All’interno dei Comuni del nord-Italia, vi era un pubblico costituito soprattutto da mercanti e artigiani che apprezzava fortemente il poemetto narrativo e didattico. Mentre nel centro-Italia si diffonde enormemente la lauda, nell’area lombardo-veneta troviamo queste opere didascaliche che hanno, semplificando, come scopo principale, quello di indirizzare i cristiani sulla via del Bene. All’interno di queste opere si descrivono infatti visioni dell’al di là (dell’Inferno e del Paradiso), oppure si dibatte su temi anche di natura filosofica e teologica con argomentazioni inerenti al rapporto tra anima e corpo ad esempio. Si presentano argomenti che devono scuotere il lettore e farlo riflettere perché prenda posizione nella dicotomia tra Bene e Male. I due autori più importanti sono Giacomino da Verona e Bonvesin de la Riva.
Il contributo innovativo di Jacopone da Todi01 sept. 202400:08:29
ep. 53 st. 1
Un primato importante che si può attribuire a Jacopone da Todi è quello di essere stato il primo autore impegnato nella produzione di un corpus letterario dedicato alla lirica religiosa. Ricordiamo che S. Francesco d’Assisi è sì il primo, come abbiamo detto nelle puntate precedenti, ma a noi è noto un unico suo testo lirico in volgare (il “Cantico” appunto). Jacopone invece ha una buona produzione poetica a suo carico, ed è anche innovativa rispetto al passato. Prima di Jacopone, la lauda era destinata esclusivamente alla preghiera; era in funzione di essa. Con Jacopone, e poi in avvenire, la lauda assume una forma ed entra in una dimensione letteraria.
Jacopone da Todi07 janv. 202400:10:37
ep. 52 st. 1
Jacopone, pur essendo francescano, non mostra, come potremmo immaginare, di vivere un rapporto sereno con il mondo che lo circonda. Egli è una persona difficile, ricca di contraddizioni, di paradossi, a tratti violento e fortemente polemico verso il prossimo. I temi poetici da lui trattati sono però quelli dell’umiltà, della gioia mistica di incontro con Dio, la passione di Cristo. Jacopone è molto forte e dà però voce ad una disperazione molto umana, quella di essere consapevoli della propria infima piccolezza come essere umano gettato sulla Terra e di essere al contempo infinitamente lontano da Dio in termini esistenziali.
Cantico delle Creature (analisi e riflessione)31 déc. 202300:14:37
ep. 51 st. 1
Qualcuno ha fatto notare che nel Cantico emerge un aspetto ingenuo e semplicistico. Non è difficile pensare che questo sia stato appositamente voluto da Francesco; prevale un’ingenuità voluta perché semplice ed essenziale è l’approccio francescano all’esistenza. Ciò non non svilisce l’importanza e la grandezza di quel che stiamo trattando; anzi. Francesco è un autore raffinato e preciso. È riuscito a dare perfetta rispondenza tra forma e stile e significato culturale del testo.
Cantico delle Creature (lettura e parafrasi)25 déc. 202300:13:58
ep.50 st. 1
Il "Cantico delle Creature" è unanimemente riconosciuto come il primo testo poetico della letteratura italiana. San Francesco lo compone negli ultimi anni della sua vita (si pensa intorno al 1224).
Qui se ne dà lettura e se ne propone la parafrasi.
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