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TitlePub. DateDuration
Strage di Fiumicino - 17 Settembre 197316 déc. 2023
Lunedì 17 dicembre 1973, poco prima delle 13, tra l’area transiti e la piazzola delle partenze A/15 dell’aeroporto romano di Fiumicino, un commando di cinque terroristi palestinesi, che si sospettava appartenessero al gruppo Settembre Nero, prende alcuni ostaggi e attacca un Boeing della PanAm che si trova sulla pista in attesa di partire. I terroristi gettano all’interno alcune bombe a mano, devastando il velivolo e massacrando orribilmente trenta passeggeri, a cui si aggiungono poi altre vittime uccise mentre fuggono con nove ostaggi a bordo di un altro Boeing della Lufthansa, che fa tappa ad Atene per rifornimenti. Il bilancio complessivo dell’azione è di 32 vittime, di cui 6 italiane: i tre componenti della famiglia De Angelis, Giuliano, Emma e la loro figlioletta Monica, l’ingegner Raffaele Narciso, il giovane finanziere Antonio Zara (ucciso mentre cercava di fermare i terroristi in fuga) e il tecnico della compagnia di servizi aeroportuali Domenico Ippoliti (rapito a Roma e ucciso ad Atene). La drammatica fotografia che coglie l’Appuntato della Finanza Antonio Zara a terra, agonizzante, sotto l’aereo, scattata dal fotografo Elio Vergati, vince il premio Pulitzer. In cambio del rilascio degli ostaggi, i terroristi ottengono di atterrare in Kuwait e di essere consegnati all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che li sottopone a un processo interno, davanti a un tribunale presso il Cairo. L’Italia non ne chiede la consegna, né allora, né successivamente, e la vicenda sprofonda ben presto nel silenzio, quasi certamente per ragioni di opportunità politica.
Il delitto Hunt14 déc. 2020
Ray Leamon Hunt, ambasciatore e già responsabile logistico della Forza Multinazionale del Sinai incaricata di controllare il territorio che divide l’Egitto da Israele, si apprestava a rientrare nella sua casa di Roma, ove abitava da un anno, a bordo di un’auto blindata condotta da una guardia del corpo. Gli tagliò la strada un gruppo di terroristi che viaggiava su una Fiat 128. Gli aggressori, sfondata la blindatura dei vetri a colpi di mitra, lo uccisero risparmiando l’autista. L’omicidio fu rivendicato dalle “Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente” (BR – PCC) con un comunicato nel quale, richiamando le professioni antimperialiste già esposte in occasione del “sequestro Dozier”, attaccavano Hunt come uno di quei funzionari “sguinzagliati in tutto il mondo ad organizzare le tante nefandezze che l’imperialismo USA commette ai danni dei popoli”.
Morte di un economista all'università10 déc. 2020
Ezio Tarantelli, docente di Economia politica presso la facoltà di Economia e Commercio dell'Università degli studi di Roma "La Sapienza", fu ucciso a pochi passi dall'aula dove aveva appena tenuto una lezione. Verso le 12.30 del 27 marzo 1985 era salito sulla propria auto parcheggiata nei pressi della Facoltà quando due individui lo colpirono in volto con numerosi colpi di mitraglietta. L'assassinio venne rivendicato dalle Brigate rosse per la costruzione del Partito comunista combattente con un volantino lasciato sull'auto: Tarantelli veniva attaccato come teorico della predeterminazione degli scatti di scala mobile e come uno dei principali fautori della riforma strutturale del mercato del lavoro. Per questo era «sotto inchiesta» già da un anno e il suo nome faceva parte di un elenco trovato in uno dei covi dell'organizzazione criminosa. I processi accerteranno che l'omicidio era stato organizzato e compiuto da esponenti del gruppo che lo aveva rivendicato.
Omicidio Ivo Zini09 déc. 2020
Verso le 22.00 del 28 settembre 1978, tre simpatizzanti di sinistra, che sostavano davanti alla sezione del PCI di via Appia Nuova, furono avvicinati da un “Vespone” dal quale discesero due giovani a volto coperto. Questi esplosero alcuni colpi di pistola che colpirono mortalmente Ivo Zini e ferirono un altro dei simpatizzanti di sinistra. Alle 23.00 circa dello stesso giorno, il gruppo terroristico di estrema destra “Nuclei Armati Rivoluzionari” (NAR) rivendicò l’attentato con una telefonata a “Il Messaggero”. Le indagini e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia non consentiranno di accertare la identità degli autori del fatto. Lo faranno però univocamente risalire all’estremismo di destra e, in specie, al gruppo che lo aveva rivendicato. In quel periodo, peraltro, i NAR non costituivano ancora una organizzazione strutturata ma una sorta di gruppo e sigla “contenitore” delle azioni delle frange più estremiste del neo-fascismo romano; le frange, cioè, la cui attività terroristica aveva cominciato a realizzarsi alla fine del settembre 1977 con l’omicidio di Walter Rossi e si era progressivamente estesa dopo l’agguato alla sezione del MSI di Acca Larentia del 7 gennaio 1978.
Omicidio Tartaglione09 déc. 2020
Il Dottor Girolamo Tartaglione fu ucciso a Roma, poco dopo le 14.00 del 10 ottobre 1978, mentre stava rientrando a casa dal Ministero della Giustizia presso il quale era direttore generale degli affari penali e nel quale era già stato capo di un ufficio della direzione degli istituti penitenziari. Le “Brigate Rosse” ne rivendicarono l’assassinio con un volantino recapitato alla sede romana del “Corriere della Sera”. Al pari di quel che era accaduto nel febbraio dello stesso anno per l’omicidio del dottor Riccardo Palma, anche quello del dottor Tartaglione fu organizzato e compiuto da una struttura delle “Brigate Rosse” dedita alla individuazione e alla eliminazione di quei magistrati che, specie nel settore penitenziario e della gestione della pena, tendevano a proporre discipline in linea con i principi fondamentali dello stato democratico. L’omicidio si inserì nella “campagna contro il trattamento carcerario dei prigionieri politici” descritta con riferimento all’omicidio del dott. Minervini.
Orrore brigatista a Tivoli07 déc. 2020
Intorno alle due del mattino del 1° maggio 1985, una pattuglia della Polizia stradale di Roma - di cui l’agente scelto Di Leonardo era capo equipaggio - percorreva l’autostrada A24. Nei pressi dello svincolo di Castel Madama, gli agenti notarono unaVolkswagen Golf ferma sulla corsia di emergenza e due uomini che facevano loro segno di fermarsi. Quando gli agenti scesero dalla vettura,furono colpiti dai due uomini e da due loro complici che erano nascosti dietro alcuni cespugli. L’ autista fu tramortito,eDiLeonardo fu ferito al polmone da un proiettile. I due furono poi immobilizzati con le loro stesse manette e gettati in un canale di scolo che correva lateralmente all’autostrada. Gli assalitori fuggirono sottraendo la vettura e le armi degli agenti. L’ autista, riuscito a risalire sulla strada, chiese soccorso e Di Leonardo fu condotto all’ospedale diTivoli, ove morì poche ore dopo. L’assalto fu rivendicato dai Nuclei armati rivoluzionari, una formazione della destra eversiva i cui esponenti erano stati autori negli anni precedenti di gravissimi delitti.
La strage di San Valentino03 déc. 2020
Alle 8.50 del 14 febbraio 1987, una pattuglia del Reparto volanti di Roma che scortava un furgone postale, tamponò il mezzo che la precedeva e al quale la strada era stata tagliata da una vettura, poi risultata rubata. Sulla strada di via Prati di Papa, stretta e in salita, comparve all'improvviso un commando composto da cinque persone, che sparò a raffica contro la volante con pistole, fucili e mitra. I tre componenti la pattuglia, Rolando Lanari, Giuseppe Scravaglieri e l'autista Pasquale Parente, furono raggiunti da oltre cinquanta proiettili. Solo Parente riuscì a salvarsi. I componenti del commando, dopo essersi impadroniti di un ingente bottino , si allontanarono a bordo di auto che abbandonarono poco lontano per dileguarsi attraversando l'ospedale S. Camillo. L'agguato fu rivendicato dalle Brigate rosse per la costruzione del Partito comunista combattente. I processi accerteranno che l'omicidio era stato organizzato e compiuto da esponenti del gruppo terroristico che lo aveva rivendicato.
Strage di Patrica 02 déc. 2020
L'8 novembre 1978, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone, Dott. Fedele Calvosa, fu ucciso mentre, dalla sua casa di Patrica, si stava recando in ufficio a bordo della Fiat 128 di servizio condotta da Luciano Rossi, un autista civile del Ministero della Giustizia, che da poco aveva sostituito nel compito l’agente di custodia Giuseppe Pagliei, peraltro presente anch’egli sull’auto per affiancare il più giovane collega e dargli indicazioni. All’altezza di un incrocio, tre uomini armati di pistole e mitra si pararono dinanzi all’autovettura e aprirono il fuoco. Il primo a cadere fu l’agente Pagliei, poi cadde il dottor Calvosa. Luciano Rossi, ferito, tentò di fuggire, ma fu scorto da uno degli attentatori e finito con un colpo al volto. Dalle armi dei suoi compagni fu ferito anche uno degli attentatori. L’attentato fu rivendicato e addebitato dagli inquirenti alla organizzazione “Formazioni Comuniste Combattenti” che, in collegamento con “Prima Linea” e le ”Brigate Rosse”, stava conducendo una feroce campagna contro i rappresentanti delle forze dell’ordine e i magistrati.
La morte del Generale30 nov. 2020
Il 20 marzo 1987 Giorgieri cadde in un'imboscata di un commando delle Brigate Rosse; l'Unione dei Comunisti Combattenti a Roma. La sua macchina è stata affiancata da una motocicletta i cui motociclisti hanno sparato cinque volte, uccidendolo. Il generale aveva denunciato un tentativo fallito contro di lui nel dicembre 1986, ma la sua protezione non era stata rafforzata. Gli assassini di Giorgieri, Claudio Nasti e Daniele Mennella, furono condannati a 10 anni nel 1991.
Il Delitto Casati Stampa26 nov. 2020
Il delitto Casati Stampa, noto anche come delitto di via Puccini, fu un duplice omicidio commesso a Roma il 30 agosto 1970 nell'abitazione di Camillo II Casati Stampa di Soncino. Questi uccise la moglie Anna Fallarino e il suo giovane amante Massimo Minorenti, per poi suicidarsi. La vicenda ebbe ampia risonanza, per via della notorietà dei personaggi coinvolti, i coniugi Casati Stampa provenienti da una delle più antiche famiglie nobiliari milanesi, sia per i retroscena morbosi che all'epoca attirarono l'attenzione pubblica, in quanto venne rivelato che Minorenti era l'amante della Fallarino con il consenso del marito, che la spingeva infatti ad avere rapporti sessuali che lui si limitava a osservare.
L'omicidio della dolce vita26 nov. 2020
La mattina del 20 gennaio 1964 nell'ufficio della società Tricotex in un palazzo in una strada laterale di via Veneto, una segretaria, arrivando al lavoro rinvenne il cadavere del proprietario della ditta, Farouk Chourbagi, ucciso con quattro colpi di pistola e con il viso sfigurato dal vetriolo. Venne ipotizzato che il delitto fosse stato commesso nel tardo pomeriggio di sabato 18 gennaio perché alle 17 la vittima era ancora viva in quanto a quell'ora il portiere la vide uscire; la coppia di coniugi a quell'ora era in albergo dopo essere appena arrivati a Roma dalla Svizzera e ripartì alle 19:30 per Napoli e, in questo intervallo di tempo, si ipotizzò fosse possibile compiere l'omicidio. Si scoprì che in Svizzera la signora aveva acquistato un flacone di vetriolo. Durante l'interrogatorio il marito affermò che sabato pomeriggio, dopo essere usciti dall'albergo, accompagnò la moglie fino al portone del palazzo ove si trovava l’ufficio della vittima per avere un incontro risolutivo con l'amante; poco dopo la moglie tornò raccontando al marito di aver sparato all'ex amante e inoltre lui aveva anche intravisto la pistola e il flacone vuoto del vetriolo. La moglie, per contro, negò ogni addebito e anzi accusò il marito confermando di essere salita nell'ufficio ma mentre stava discutendo con Farouk, arrivò il marito con in pugno una pistola e dopo una breve colluttazione sparò contro Farouk uccidendolo e gettando il vetriolo in faccia al cadavere.
Omicidio Enrico Donati25 nov. 2020
Il 14 dicembre 1978, un commando composto da due uomini a volto coperto penetrò nel club “Speak Easy”, nel quartiere Appio-Latino, e, con pistole munite di silenziatore, sparò contro le quattro persone presenti in quel momento, uccidendo il giovane Enrico Donati. Nel comunicato rivendicativo, l’organizzazione terroristica “Guerriglia Comunista” sostenne che il vero obiettivo dell’azione criminosa erano due altre persone presenti nel locale, ritenute essere spacciatori di eroina. L’azione si iscriveva in una più ampia campagna che “Guerriglia Comunista” e altre organizzazioni similari (come le “Squadre Proletarie Combattenti”), stavano conducendo in quel periodo contro gli spacciatori di droga nei quartieri popolari. Nel mese precedente all’omicidio del Donati, “Guerriglia Comunista” aveva ad esempio rivendicato gli omicidi di Maurizio Tucci e Saudi Vaturi, avvenuti a Roma il 4 e il 27 novembre 1978; mentre le “Squadre Proletarie Combattenti” avevano rivendicato l’omicidio di Giampiero Grandi avvenuto a Milano il 7 novembre 1978.
Delitto di Arce23 nov. 2020
Il delitto di Arce è l'omicidio di Serena Mollicone, che venne commesso il 1º giugno 2001 ad Arce in provincia di Frosinone. La ragazza scomparve il 1º giugno 2001 e venne ritrovata morta due giorni dopo in località Fontecupa, nel boschetto dell'Anitrella. I responsabili, a distanza di 18 anni, non sono stati ancora condannati, nonostante siano state indagate numerose persone. A seguito degli accertamenti del RIS - svolti a distanza di quasi venti anni dai fatti - viene accertato, secondo l'ipotesi accusatoria, che l'omicidio è avvenuto all'interno della caserma dei Carabinieri di Arce. Basandosi su tali risultanze probatorie, nell'aprile 2019 la Procura della Repubblica di Cassino chiude le indagini preliminari notificando il relativo avviso agli indagati: 5 persone, di cui 3 Carabinieri. Nel luglio 2019, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio degli indagati. Nel frattempo, il padre di Serena, Guglielmo Mollicone, muore il 31 maggio 2020 all'ospedale Spaziani di Frosinone dove era in coma dal 27 novembre 2019 in seguito ad un infarto. A seguito della celebrazione dell'udienza preliminare, il GUP di Cassino Domenico Di Croce, nel luglio 2020, ha accolto la richiesta della Procura di rinvio a giudizio: il futuro processo si terrà innanzi la Corte d'Assise di Cassino, a partire dal 15 gennaio 2021
A morte Pino il Calabro19 nov. 2020
Giuseppe De Luca, detto Pino il calabro, era accusato dal gruppo di essere un truffatore e di aver sottratto, in una circostanza, anche dei soldi ad uno dei leader dell'organizzazione, Alessandro Alibrandi. Con la promessa di fargli acquistare alcune armi nella zona di Montecarlo, De Luca avrebbe convinto Alibrandi a partire per la Costa Azzurra per poi, un volta giunti sul posto, simulare il furto dei soldi incautamente lasciati nel cruscotto dell'auto, vantandosi poi dell'impresa con l'offerta di una cena ad alcuni ragazzi dell'ambiente neofascista. I NAR cominciarono così a tenerlo d'occhio e fecero un paio di appostamenti nei pressi della Tomba di Nerone, dove De Luca risiedeva, senza però incontrarlo. Finché, la sera del 31 luglio 1981, riuscirono infine a intercettarlo mentre rientrava a casa, verso le 19.30. Alla sorella De Luca disse che avrebbe fatto una veloce doccia per poi uscire di nuovo con gli amici. Con Alibrandi e Francesca Mambro di copertura, Giorgio Vale si introdusse in casa con una scusa e lo uccise con un solo colpo di pistola.
Omicidio Cecchetti18 nov. 2020
A un anno di distanza dall’agguato di via Acca Larentia, in cui furono uccisi Francesco Ciavatta, Franco Bigonzetti e Stefano Recchioni, si tennero a Roma manifestazioni di commemorazione sfociate in scontri violenti tra giovani di estrema destra e di estrema sinistra che coinvolsero anche forze dell’ordine. Nel corso di una delle manifestazioni il 10 gennaio 1979, rimase ucciso il diciassettenne Alberto Giaquinto, militante del Fronte della Gioventù. Alcune Sezioni del Movimento Sociale Italiano subirono attentati incendiari. Quello stesso giorno, nel quartiere Montesacro, da un’auto in corsa, vennero sparati numerosi colpi d’arma da fuoco contro un gruppo di giovani simpatizzanti di “destra”, seduti davanti a un bar. I colpi uccisero il diciannovenne Stefano Cecchetti e ferirono altri due giovani. L’attentato venne rivendicato dal gruppo “Compagni organizzati per il comunismo”. Un riferimento all’omicidio di Cecchetti comparirà un anno dopo, in occasione dell’omicidio di Valerio Verbano, un militante di “Autonomia Operaia” abitante nella stessa zona.
Una lama affilata in biblioteca 16 nov. 2020
L'omicidio di Ciro Principessa fu commesso a Roma il 19 aprile 1979 da un giovane fascista che aveva preso in prestito un libro nella biblioteca della sezione romana del Partito Comunista nel quartiere romano di Torpignattara; il gesto venne considerato una provocazione da Ciro Principessa e da altri militanti comunisti i quali provarono a riprendersi il libro dal giovane che, per contro, con un coltello da cucina colpì Ciro Principessa, che morì poche ore dopo. Originario di una famiglia povera del napoletano, secondo di otto fratelli, Ciro ha un'adolescenza difficile, a 17 anni viene condannato per furto e in seguito è giudicato per renitenza alla leva. Trasferitosi a Roma all'età di 15 anni e iscrittosi nel 1976 alla FGCI, si dedica attivamente alla militanza politica, partecipando a iniziative volte alla riqualificazione dell'area di Villa Certosa e all'allestimento di una biblioteca popolare del quartiere. Il 19 aprile 1979, mentre sta svolgendo l'attività di bibliotecario nella sezione del PCI "Nino Franchellucci" di via di Torpignattara, Claudio Minetti, un giovane militante neofascista della sezione dell'MSI di Acca Larenzia e figlio della compagna di Stefano Delle Chiaie, entra nella biblioteca e chiede un libro in prestito; alla richiesta di Principessa di fornire un documento d'identità, Minetti scappa con un libro in mano; Principessa lo insegue e Minetti, durante la fuga, lo accoltella al petto. Dopo alcune ore Principessa spira in ospedale.
A morte il maresciallo12 nov. 2020
L'omicidio di Mariano Romiti, un poliziotto italiano caduto vittima di un attentato delle Brigate Rosse, venne commesso a Roma il 7 dicembre 1979. La vittima era un maresciallo comandante della Squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato Centocelle da undici anni e aveva partecipato alla costituzione del primo sindacato della Polizia di Stato. Il 7 dicembre 1979 doveva recarsi al Tribunale di Roma, per testimoniare a un processo; per tale motivo, intorno alle otto del mattino, stava raggiungendo a piedi e in borghese la fermata dell'autobus che l'avrebbe portato a destinazione. All'improvviso comparvero dei terroristi che gli spararono contro dei colpi di arma da fuoco e poi, uno di essi, allontanandosi, gli diede il colpo di grazia. In seguito le Brigate Rosse rivendicarono l'omicidio, che rientrava in una campagna messa in atto in quel periodo volta a colpire gli apparati dell'antiterrorismo; già il 9 novembre era stato assassinato a Roma l'agente di Polizia Giudiziaria del Commissariato San Lorenzo Michele Granato, il 27 dello stesso mese, sempre a Roma, il maresciallo comandante della Squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato Appio Nuovo Domenico Taverna, mentre il 25 gennaio 1980 furono assassinati l'appuntato dei Carabinieri Antonino Casu e il tenente colonnello dei Carabinieri Emanuele Tuttobene.
Gabbo, morte sulla A109 nov. 2020
L'omicidio di Gabriele Sandri avvenne l'11 novembre 2007 a seguito di alcuni scontri tra tifoserie calcistiche avvenuti sull'autostrada A1. La mattina dell'11 novembre 2007 Sandri e altri quattro amici si trovavano sull'A1, diretti a Milano per assistere all'incontro di calcio tra Inter e Lazio alle 15. I cinque, a bordo di una Renault Mégane, si fermarono all'area di servizio "Badia al Pino" per attendere l'arrivo di altri amici. Attorno alle 9:00, i tifosi laziali entrarono in contatto con alcuni sostenitori della Juventus e tra i due gruppi scoppiò una rissa. I tafferugli attirarono l'attenzione di una pattuglia della Polizia Stradale che si trovava sul lato opposto della carreggiata e che, azionata la sirena, si portò a bordo strada; mentre il gruppo con Sandri risaliva in auto e si accingeva a ripartire, l'agente Luigi Spaccarotella – secondo la sua testimonianza convinto che i cinque stessero fuggendo a seguito di una rapina – scese dall'auto di servizio e da una distanza di circa cinquanta metri esplose due colpi di pistola: il secondo proiettile oltrepassò la rete divisoria fra le carreggiate e raggiunse la Mégane, che nel frattempo si era messa in movimento, centrando al collo Sandri seduto al centro del sedile posteriore. I compagni di viaggio di Gabriele si resero immediatamente conto delle sue gravi condizioni e si fermarono perciò in un'altra area di servizio pochi chilometri più avanti per allertare sia le forze dell'ordine che il soccorso sanitario, ma l'ambulanza giunse sul posto quando ormai il ragazzo era già deceduto.
Sparizione di Emanuela Orlandi nella chiesa di Sant’Apollinare05 nov. 2020
Emanuela Orlandi, una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, sparì all'età di 15 anni il 22 giugno 1983, in circostanze misteriose, dopo una lezione di musica proprio nella chiesa di Sant’Apollinare, alle spalle di Piazza Navona. Si pensò subito che la responsabilità fosse della Banda della Magliana, ma le prove definitive non sono mai state trovate. A infittire ancora di più il mistero, il fatto che in questi sotterranei venne trasferito e sepolto proprio il corpo del Boss della Banda De Pedis. Il caso divenne infatti presto uno dei più oscuri della storia italiana e della storia vaticana, che coinvolse lo stesso Stato Vaticano, lo Stato Italiano, l'Istituto per le Opere di Religione, il Banco Ambrosiano e i servizi segreti di diversi Paesi. Ancora oggi il caso non è stato risolto.
Scommesse clandestine all'Ippodromo di Tor di Valle 05 nov. 2020
L’Ippodromo di Tor di Valle alla fine degli anni 70, era frequentato assiduamente dai membri della Banda della Magliana, che detenevano il monopolio delle scommesse. Fu sede di criminalità e omicidi, tra cui l’efferata uccisione di Franco Nicolini. Conosciuto nell'ambiente come Franchino er criminale, a causa della sua bassa statura e del suo passato non proprio limpido, gestiva il vasto giro di scommesse clandestine nell'Ippodromo romano di Tor di Valle. Le sue lucrosissime attività illegali, suscitarono l'interesse della neonata banda della Magliana, che oltre a gestire il traffico degli stupefacenti nella capitale, desiderava entrare anche in altri affari. Giuseppucci e compari furono caldamente spalleggiati ad eliminare Nicolini da Nicolino Selis, che aveva un conto aperto col malavitoso. Il 25 luglio del 1978, egli fu quindi freddato brutalmente con nove colpi di pistola alla testa.
San Paolo, covo di criminalità05 nov. 2020
In via Enrico Fermi e in Via Chiabrera nel quartiere San Paolo, c’erano due bar, che erano proprio la sede operativa della Banda della Magliana. Il primo bar era vicino all’abitazione di Franco Giuseppucci, detto il Negro, uno dei membri fondatori dell'organizzazione criminale romana. Il secondo bar si trovava invece vicino alla casa di Marcello Colafigli, detto il Bufalo, membro della banda attualmente recluso nel carcere di Torino, accusato dell’omicidio di De Pedis, mai confessato da lui.Il quartiere San Paolo alla fine degli anni 70 era un quartiere pericoloso e ricco di criminalità, in cui si stringevano alleanze, si nascondevano armi, e si progettavano attività criminali. Oggi il quartiere è rinato ed è uno dei più vivaci di Roma grazie anche alla vicina Via del Porto Fluviale, ricca di locali e di opere di street art.
I locali malfamati del Gazometro05 nov. 2020
Il gazometro è stato sempre il simbolo della vita notturna del quartiere Ostiense di Roma. Negli anni 80 tutti i locali del quartiere erano frequentati per lo più da pregiudicati e lo spaccio di cocaina ed eroina dilagava in tutta la città. Sono gli anni della tossicodipendenza, delle siringhe, dei lacci emostatici, degli attentati sui treni, nelle stazioni e nelle piazze. In quegli anni la Banda della Magliana ha avuto un ruolo cruciale di depistaggio ed esecuzioni in quel panorama di criminalità. Ed è qui, nei locali malfamati del Gazometro che i membri della banda si incontravano per stringere nuove alleanze ed amicizie e mettere a punto i loro piani criminali.
Arrivo a Fiumicino di Maurizio Abbatino 05 nov. 2020
Maurizio Abbatino è noto a molti come Crispino o il Maurizio della Magliana; considerato un capo storico, insieme a Franco Giuseppucci, Enrico De Pedis e Danilo Abbruciati, della Banda della Magliana. Sopravvisse alla faida che esplose dopo la divisione delle Banda tra il gruppo dei Testaccini e quello della Magliana. Scappò in Venezuela per provare a rifarsi una vita. La Squadra Mobile romana e la Criminalpol avevano scoperto da tempo la sua permanenza a Caracas, la telefonata decisiva che li aiutò ad incastrare Abbatino fu quella che avvenne la sera di capodanno del 1991. Lo arrestarono il 24 gennaio 1992, a Caracas, all'uscita di un locale notturno. Presero dunque il via le pratiche di richiesta di estradizione e, finalmente, il 4 ottobre del 1992 Abbatino fu espulso dal Venezuela. Gli uomini della Squadra mobile lo presero in consegna dalle autorità venezuelane e lo riportarono in Italia. Al suo arrivo a Fiumicino, ad attenderlo e a presidiare la zona, c’era un gran numero di forze dell’ordine, insieme a fotografi, giornalisti e televisioni. Da quel momento iniziò la sua collaborazione con la giustizia. Da una sua testimonianza Abbatino confessa: « Avevamo a disposizione quasi tutti gli avvocati di Roma, medici, dottori, perché no, anche qualche politico. C'è stato un periodo in cui entravamo con le macchine al servizio dello Stato, entravamo sotto al tribunale, scaricavamo pellicce, oggetti d'antiquariato, avevamo un contratto con un capo cancelliere che ci diceva che quei giudici erano corrotti...i processi prendevano la direzione che volevamo noi » La sua collaborazione diede il via nel 1993 alla denominata Operazione Colosseo che portò al fermo di 55 persone.
La morte der Sardo alla Fiera di Roma all'Eur05 nov. 2020
Nicolino Selis, detto Er Sardo, è nato a Nuoro ma si trasferì presto a Roma, presso il Lido Ostiense. Il primo atto criminale a cui Selis partecipò, insieme alla Banda della Magliana, fu l’omicidio di Franco Nicolini, ovvero Franchino er Criminale, padrone delle scommesse clandestine dell’Ippodromo Tor di Valle. Il motivo di questo omicidio fu dovuto a un torto subito da Selis in carcere, nel 1974, durante una rivolta di detenuti. Per ristabilire l’ordine Nicolini si schierò dalla parte delle guardie e, alle proteste di Selis, reagì schiaffeggiandolo in pieno volto di fronte agli altri detenuti. Selis si legò al dito questo affronto e, appena trovò l’occasione, reagì con violenza. Er Sardo abusava nell’assunzione di cocaina, sostanza che lo rendeva ancora più irascibile e prepotente. Nota è la sua amicizia con Il boss Raffaele Cutolo, nata anch’essa in carcere. Le sue pretese di potere finirono per indispettire con il tempo il resto della banda. Selis fu ucciso davanti alla Fiera di Roma (all'EUR) il 3 febbraio del 1981, attirato in un agguato, con la scusa di trovare un accordo per riappacificarsi.
Il pugile mancato di Primavalle 05 nov. 2020
Danilo Abbruciati, conosciuto con il nome di Er Camaleonte, e divenuto uno dei boss dell’organizzazione della banda della magliana, nasce a Roma nel 1944 nel quartiere trionfale ma crescerà con la famiglia a Primavalle. Il padre era un campione italiano dei pesi piuma e leggeri, anche Danilo prova a cimentarsi con quella carriera che abbandonerà presto per seguire un’altra passione, quella del crimine. Con la maggiore età inizia a frequentare una banda di rapinatori, provenienti dalla buona società romana, conosciuta come la Gang dei Camaleonti, siamo negli anni 60 e la banda si specializza in furti di appartamenti nei quartieri ricchi della capitale. Verrà arrestato e portato in carcere a Milano, qui conosce il boss della malavita meneghina Francis Turatello e stringe rapporti di amicizia con lui fino ad entrare in contatto con la Banda dei Marsigliesi. Uscito nel ’79 dal carcere torna a Roma e, grazie all’incontro di vecchi amici di Testaccio, Danilo Abbruciati entra in contatto con i boss della nascente Banda della Magliana, per contribuire alla gestione del traffico di stupefacenti nella zona di Testaccio e Viale Marconi.
La roulotte der Negro al Gianicolo 05 nov. 2020
Franco Giuseppucci, ribattezzato Er Negro, boss e membro fondatore della Banda della Magliana, nasce come buttafuori della sala corse di Ostia. Aveva coltivato conoscenze nella mala romana e, fin da giovane era noto alla polizia per piccoli crimini e reati. Persona carismatica e intraprendente, era considerato affidabile dai malavitosi e fu per questo che le varie batterie di rapinatori gli affidarono in varie occasioni la custodia delle loro armi, che Giuseppucci custodiva in pieno centro, all'interno di una roulotte di sua proprietà parcheggiata al Gianicolo, sulla riva del fiume Tevere. Questo avvenne almeno fino al 17 gennaio 1976, quando i Carabinieri scoprirono tale nascondiglio e arrestarono Giuseppucci. Tuttavia, il vetro rotto della roulotte servì a ridurre la sua pena. In sede processuale, infatti, venne a mancare il presupposto probatorio della sua consapevolezza per cui la pena fu ridotta a qualche mese di detenzione
Il deposito d'armi al Ministero della Sanità04 nov. 2020
Il 25 novembre 1981 la polizia scoprì un arsenale di armi composto da 19 tra pistole e revolver, un Beretta M12, un mitra Beretta MAB 38, altri fucili mitragliatori, oltre a cartucce e bombe a mano. La Banda aveva aumentato notevolmente la quantità di armi a disposizione, per questo decise di raggrupparle in un unico deposito e non affidarle più solo a dei favoreggiatori incensurati. Ma come erano arrivate queste armi al Ministero della Sanità? Grazie ad un’amicizia con un impiegato del Ministero, Alvaro Pompili, che, a sua volta, convinse un custode e centralinista presso il Ministero a fare anche il custode delle armi, con un compenso fisso di circa un milione al mese e con la tacita garanzia che la banda avrebbe fatto fronte ad ogni sua necessità. E fu così che gran parte dell’arsenale della Banda fu trasferito dai precedenti depositi presso il Ministero della Sanità. La polizia, una volta scoperte le armi, dopo un’attenta analisi, risalì anche ai legami tra la Banda e la destra eversiva dei Nuclei Armati Rivoluzionari.
Assassinio Der Negro in Piazza San Cosimato 04 nov. 2020
Franco Giuseppucci, detto Er Negro, uno degli esponenti di punta della Banda della Magliana, fu freddato in questa piazza nella notte del 13 Settembre 1980. Venne ucciso da un colpo di arma da fuoco esploso dalla pistola di Fernando Proietti, e da suo fratello Maurizio, che appartenevano al clan rivale dei Pesciaroli di Monteverde. Il nome si deve al fatto che erano proprietari di numerosi banchi del pesce, insieme a una serie di case da gioco dedite all’usura e alle scommesse clandestine. Fu un vero regolamento di conti, con l’intento di indebolire l’organizzazione criminale più potente della capitale. La pallottola lo colpì al fianco, mentre stava salendo nella sua Renault 5. Er Negro, ferito, riuscì a mettere in moto e guidare fino all’ospedale, ma questo non fu sufficiente a salvarlo; morirà tra le braccia degli infermieri mentre i medici stavano intervenendo. Sarà sepolto al cimitero del Flaminio. Tale delitto scatenerà la guerra di rappresaglia contro il clan dei pesciaroli, guerra che vedrà la morte dei due fratelli Proietti. Da quel momento Renatino prenderà in mano la direzione della banda e, con la sua guida, aumenteranno i contatti con i servizi segreti e il Vaticano.
Il Bar Calisto di Trastevere04 nov. 2020
Il Bar Calisto è un bar famoso e amato di Roma, frequentato un po’ da persone di varia estrazione sociale. Puoi incontrare chiunque, dai balordi alle persone alla moda fino a giovanissimi o personaggi dello spettacolo; è un bar amato dai trasteverini, ma è noto anche per essere stato uno dei luoghi frequentati da Renatino, il Dandi della Banda della Magliana, il cui vero nome è Enrico De Pedis. Qui, negli anni ’80, Renatino era solito sedersi per bere un caffè, indisturbato, perché, come ha raccontato il titolare del bar, Marcello Forti, certi personaggi non era proprio facile allontanarli. “Sono stato interrogato dalla polizia come se avessi a che fare con quella gente – ha confessato Marcello al redattore di Radiocolonna - ma non avevo alternative e non potevo cacciarli”. Il bar distava pochi minuti da Regina Coeli, luogo in cui Renatino, durante una sua detenzione nel 1986, conobbe Don Vergani, il cappellano del carcere, in occasione delle visite settimanali che Don Vergani faceva ai detenuti. Un dialogo questo che andò avanti nel tempo, fino a divenire un vera e propria amicizia dai risvolti densi di mistero.
Il Quartier Generale al Lido di Ostia04 nov. 2020
Ostia divenne il centro nevralgico e il punto di contatto per la gestione del narcotraffico internazionale della Banda della Magliana: con la collaborazione dei clan legati a Cosa Nostra, la Banda si impose nelle rotte internazionali di cocaina ed eroina. Ad aprire questa strada fu Nicolino Selis, detto Er Sardo, che dopo aver conosciuto in carcere il boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, divenne il referente di quest’ultimo per il traffico su Roma di droga, riciclaggio e vendita armi. Cutolo apparteneva alla Batteria, così erano chiamate le bande, che controllava le zone di Acilia ed Ostia e proprio in carcere consigliò a Nicolino Selis di creare bande che avessero un unico gruppo di riferimento. Er Sardo, uscito dal carcere, seguì il suggerimento di Cutolo e fu così che entrò a far parte della Banda della Magliana negli anni ’70. All’inizio degli anni 80, però, piano piano la sua stella si affievolì e con essa i rapporti con due componenti della banda ovvero Danilo Abbruciati (detto Er Camaleonte) e con Enrico De Pedis (detto Renatino). Il 3 Febbraio 1981 Selis fu ucciso da Maurizio Abbatino. I resti del suo corpo non furono mai trovati perché venne usata la tecnica per velocizzare la decomposizione. Il corpo fu sepolto in una buca nei pressi dell'argine del fiume Tevere e ricoperto di pepe e calce, questa copertura impedì ai cani di avvicinarsi e affrettò la decomposizione.
Il negozio di elettrodomestici a Campo dei Fiori 04 nov. 2020
Siamo in una delle piazze più famose di Roma, famosa per la presenza della statua di Giordano Bruno e per la vitalità del suo mercato di giorno e dei suoi locali affollatissimi la sera. Negli anni ’70, in un vicolo a pochi passi dalla piazza, esisteva un negozio di elettrodomestici che aveva un insolito cartello in vetrina che diceva: “Qui si vendono soldi!”. Il negozio era gestito da un usuraio detto Er Cravattaro alias Domenico Balducci. Questo personaggio fu colui che facilitò l’ingresso nella banda di malviventi come Er Pantera, all’anagrafe Gianfranco Urbani, Er Camaleonte, ovvero Danilo Abbruciati, Er Sardo, alias Nicolino Selis, ed Er Palletta, vero nome Raffaele Pernasetti. Oggi al posto del vecchio negozio di elettrodomestici potete trovare un ristorante, ma negli anni ’70 questo fu il luogo dove molti intrecci criminali presero il via: qui la cruenta Banda della Magliana cominciò a interagire e cooperare con la destra eversiva, con altre bande criminali, con il benestare e la complicità di dottori, politici e avvocati di fede fascista che li aiutarono a fare un balzo in avanti nella loro carriera criminale.
Palazzo Grazioli residenza del Barone Lante della Rovere04 nov. 2020
Palazzo Grazioli, in via del Plebiscito, era la residenza del barone Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, rapito da cinque banditi armati la sera del 7 novembre 1977, vicino alla tenuta di Settebagni, mentre saliva a bordo della BMW nera. La sera stessa squilla il telefono a Palazzo Grazioli e una voce dal marcato accento romano comunica al figlio del Barone il rapimento del padre e la richiesta del riscatto di 10 miliardi di lire. Questo è il giorno in cui ha inizio l’ascesa criminale della famosa Banda della Magliana. Il riscatto sarà pagato, ma il barone non farà mai ritorno a casa. Durante la prigionia, infatti, ebbe la sfortuna di vedere il volto scoperto di uno dei banditi e questa fu la sua condanna a morte; venne freddato il giorno in cui i banditi incassarono il riscatto che servì a foraggiare la loro attività criminale e aggiudicarsi man mano il monopolio di rapine, gioco d’azzardo e droga. Ma chi erano i protagonisti di queste azioni cruente? Questi i loro nomi: Franco Giuseppucci detto Er Negro della batteria del Trullo (per intenderci il Libanese della celebre serie Romanzo Criminale), Enrico de Pedis detto Renatino della batteria di Testaccio (ovvero il Dandi) e Maurizio Abbatino detto Crispino della batteria della Magliana (ovvero il Freddo).
Omicidio davanti al pub04 nov. 2020
Luca Sacchi, 24 anni, incensurato, fu ucciso con un colpo di pistola alla testa il 23 ottobre 2019 fuori dal pub John Cabot nel quartiere Appio Latino, quando cercò di difendere da giovani armati la fidanzata Anastasia Kylemnyk. Nel ricostruire la fuga dei ragazzi, fra i quali Del Grosso e Paolo Pirino, gli investigatori hanno trovato abbandonato lo zainetto che conteneva i soldi in un’aiuola di Tor Bella Monaca. Qualcuno ipotizzò che nel quartiere del Casilino ci potevano essere degli affiliati ad un clan che presero i soldi ed anche la pistola che non è mai stata trovata. Secondo le ricostruzioni, avrebbe sparato Del Grosso. L'arma sarebbe una pistola P38 che non è stata ritrovata, mentre è stata ritrovata una mazza da baseball usata dai rapinatori per aggredire Sacchi e Kylemnyk, poi abbandonata nei campi vicini a San Basilio, oltre il Raccordo anulare.
Omicidio D'Antona29 oct. 2020
Erano da poco passate le otto di mattina quando il 20 maggio del 1999 il professor Massimo D’Antona, giuslavorista e consulente del ministero del Lavoro, fu ucciso poco dopo essere uscito dalla sua abitazione in via Salaria a Roma. All’altezza dell’incrocio con via Adda, poco distante, lo stavano aspettando un uomo e una donna, membri del gruppo terroristico Nuove Brigate Rosse. I testimoni hanno raccontato che prima di sparare i due brigatisti si avvicinarono a D’Antona e gli parlarono brevemente. Probabilmente si accertarono della sua identità. Poi, alle 8 e 13, l’uomo tirò fuori una pistola e sparò nove colpi che andarono tutti a segno. Quello fatale colpì il professor D’Antona al cuore. Trasportato in ospedale venne dichiarato morto alle ore 9 e 30. La rivendicazione dell’agguato arrivò poche ore dopo. Il messaggio, lungo 14 pagine, era firmato da una sigla ancora sconosciuta al grande pubblico: Nuove Brigate Rosse, un nome che evocava le Brigate Rosse, il più organizzato ed efficiente gruppo terrorista nella recente storia europea, operativo in Italia tra gli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, responsabile del rapimento e dell’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. I brigatisti avevano cessato le loro attività nel 1989 in seguito ai duri colpi subiti dalla magistratura e dalle forze di polizia e il nuovo gruppo che aveva rivendicato l’omicidio non aveva con loro forti legami, a parte quelli ideologici.
Willy Monteiro Duarte ucciso di botte a Colleferro05 oct. 2020
Willy è stato ucciso la notte tra sabato 5 e domenica 6 settembre 2020 in largo santa Caterina a Colleferro con calci e pugni con gli «aggressori che gli salivano sul corpo quando era ormai inerme», con «una serie di colpi ripetuti». Quattro i giovani agli arresti per l’atroce morte: Gabriele Bianchi, 26 anni; suo fratello Marco Bianchi, 24 anni; Mario Pincarelli, 22 anni; Francesco Belleggia, 23 anni.
Sedotta e decapitata05 oct. 2020
L'omicidio di Antonietta Longo è un fatto di cronaca nera in Italia avvenuto a Castel Gandolfo il 5 luglio 1955. La vittima era la trentenne Antonietta Longo, domestica originaria della Sicilia in servizio a Roma. Il crimine rientra tra quelli irrisolti. Il 10 luglio 1955 Antonio Solazzi e Luigi Barboni erano a diporto in barca sul Lago Albano; fermatisi a riva presso Acqua Acetosa, Solazzi scoprì casualmente un cadavere femminile decapitato, nudo tranne che per un orologio al polso, in avanzato stato di decomposizione e con la parte superiore del corpo coperta da un giornale, una copia del Messaggero del 5 luglio 1955 i due, inizialmente spaventati dal ritrovamento, avvisarono le forze dell'ordine solo il giorno 12 luglio. I carabinieri accertarono che la donna, di età compresa tra i venticinque e i trent'anni, era stata accoltellata più volte all'addome e alla schiena e infine decapitata; la testa non venne mai ritrovata; l'autopsia inoltre rilevò un aborto recente. Secondo il medico legale che effettuò l'autopsia, risultò che la testa fu staccata dal corpo con una tecnica che solo un medico o un esperto di anatomia conosceva; così si suppose che l'assassino fosse un medico. Fu anche accertato che la vittima era stata decapitata nello stesso punto di ritrovamento del suo corpo, perché il terreno sottostante era impregnato di sangue fino a una profondità di 12 centimetri.
Omicidio di Francesco Cecchin05 oct. 2020
L'omicidio di Francesco Cecchin, un militante del Fronte della Gioventù, venne commesso a Roma durante il periodo degli anni di piombo. Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 1979, dopo essere stato inseguito da due persone arrivate in zona a bordo di una Fiat 850, fu trovato gravemente ferito in un cortile condominiale del quartiere Trieste di Roma; morì il 16 giugno 1979 dopo diciannove giorni di coma. Il 28 maggio, mentre stava affiggendo manifesti del Fronte della Gioventù con altri quattro amici, Cecchin era stato coinvolto in un'accesa discussione con un gruppo di attivisti della sezione del PCI di via Montebuono. Secondo i missini, i comunisti avevano completamente ricoperto i tabelloni elettorali e li avrebbero sorpresi mentre si riprendevano gli spazi; secondo i comunisti invece, i propri manifesti sarebbero stati strappati, pertanto si fecero avanti per impedire ai missini di affiggere i propri. Scoppiò così una violenta lite nel corso della quale l'allora segretario della sezione del PCI, Sante Moretti, avrebbe minacciato Cecchin.
Morte a Torvaianica10 sept. 2020
Alle 15.45 del 9 gennaio 1985 l’agente Ottavio Conte, libero dal servizio e disarmato, era uscito di casa per fare una telefonata da una cabina del Lungomare delle Meduse a Torvajanica. Venne trascinato fuori dalla cabina da due uomini scesi da una vettura parcheggiata poco distante e ucciso a colpi di pistola. L’omicidio venne inizialmente rivendicato dalla “Brigata Antonio Gustini”, dal nome di un brigatista rosso ucciso poche ore prima. Le indagini si spostarono in seguito sulla eversione di destra. Entrambe le piste investigative si arenarono. Gli assassini dell’agente non sono mai stati individuati.
La strana morte di Mario Ferraro19 sept. 2019
Accade tutto il 16 luglio 1995, quando il corpo dell'agente viene ritrovato impiccato con la cinghia dell'accappatoio all'appendi-asciugamani nel bagno della sua abitazione, un attico qui nel quartiere Eur. Esperto in informatica, traffico di armi e terrorismo internazionale, gli inquirenti all'inizio ipotizzano un suicidio per depressione, dovuta alla morte della figlia e alla separazione con la moglie. In realtà però, all'epoca, Ferraro conviva da cinque anni con Maria Antonietta Viali, che all'inizio lo conosce come Fabio Marcelli, funzionario di una società romana di import-export , che si vocifera sia usata come copertura dai servizi segreti. Nonostante l'ipotesi del suicidio aveva riscosso dubito successo, l'altezza della cinghia era di un metro e venti quindi qualcosa non quadrava. Venne proposta una seconda ipotesi: l'uomo potrebbe essere stato ucciso, forse per aver concesso nullaosta a ditte legate alla mafia o coinvolte in Tangentopoli.
I gialli fotocopia di Vera e Sandra19 sept. 2019
Vera e Sandra venivano dalla Germania; adoravano passeggiare per Roma tra i monumenti, sotto il sole; nella capitale non si mangiavano würstel e crauti ma strepitose pizze capricciose. Trascorrevano giorni allegri e spensierati, la mattina al lavoro e la sera a zonzo nella Roma by night. A distanza di 3 anni, però, tra molte analogie, le due donne ebbero la stessa tragica fine. La ventenne Vera, abitante in una cittadina della Foresta Nera, il 24 agosto 2004 fu ripescata nel Tevere, all’altezza di ponte Marconi; il corpo mangiucchiato dai topi, la maglietta a fiori quasi irriconoscibile e i pantaloncini bianchi attillati ridotti a brandelli. Sandra, 33 anni, giunta da Monaco di Baviera, nel pomeriggio del 26 ottobre 2007 fu trovata a faccia in giù nel cortile dell’hotel Ergife, una povera marionetta rotta, braccia e gambe aperte in una posizione innaturale. Entrambe avevano bevuto troppo e si erano allontanate dal loro gruppo di amici corrispettivamente con due uomini con cui c'erano state effusioni e giochi di sguardi. Partirono due inchieste fotocopia, complicate dai buchi nella ricostruzione. Entrambi gli uomini si ritrovarono accusati dello stesso reato: morte come conseguenza di altro misfatto. Cessione di droga il primo, violenza sessuale il secondo.
Sei tu Francescone?19 sept. 2019
Si girò per rispondere a questa domanda, Francesco Anniballi, comparsa e stuntman, controfigura di Bud Spencer e attore in "I nuovi mostri", quando, il 27 gennaio 1992, un killer con il volto coperto si presentò sotto casa dell'uomo e esplose due colpi di pistola: uno alla gamba e l’altro, fatale, alla schiena. Il delitto, avvenuto a Centocelle, non è mai stato risolto. I primi giorni si parlò di racket delle comparse, dal momento che Francesco aveva da poco ottenuto l'incarico di selezione degli attori per la casa cinematografica di Gianni Di Clemente.
Il mistero irrisolto della scomparsa di Davide Cervia19 sept. 2019
Sono passati quasi trent'anni da quando Marisa Gentile ha visto per l'ultima volta gli occhi di suo marito, Davide Cervia, rapito qui, fuori dalla loro casa di Colle dei Marmi, il 12 settembre 1990. L'inchiesta per la scomparsa dell'Ex sottufficiale della Marina fu una vera agonia, lenta e atroce, un mistero di Stato, che ancora oggi non trova soluzione e resta una ferita aperta per tutta la nazione. L'inchiesta penale fu archiviata tra il 1999 e il 2000 perché erano ancora ignoti gli autori del sequestro di persona ma la battaglia per la verità è andata avanti al Tribunale civile, con i giudici di Roma che recentemente hanno condannato il ministero della Difesa per aver violato il diritto alla verità da parte dei Cervia. Il ministro si era fatto promotore della richiesta di istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sulla scomparsa di Cervia: un impegno che si è assunto anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, cui oggi, a distanza di anni dalla misteriosa scomparsa, spetta sollecitare le Camere al fine di "regalare" a Marisa, e i loro figli, la verità che cercano da tempo.
«Bisigato» e la donna del mistero19 sept. 2019
È qui che abitava il pensionato Alessandro Pieri, 78 anni, ex calciatore dell’Alba Roma, nella serie C degli anni Trenta; in seguito autista del Servizio affissioni del Comune. Il 19 gennaio 1995, l'uomo non si presentò all’appuntamento di pranzo con un amico a Porta Portese e quest'ultimo lanciò subito l'allarme. La ricerca dell'uomo finì presto e tragicamente: il corpo di «Bisigato», come viene chiamato il pensionato per la somiglianza al famoso centravanti che giocò nella Lazio tra le due guerre, fu rinvenuto in casa, in salotto, sul divano. L’uscio della casa era semiaperto, sul tavolo, due bicchierini di liquore mezzi pieni e un vassoio di paste, nel portacenere qualche sigaretta di marca diversa dalle sue, con segni di rossetto, prova evidente di un incontro galante. Probabilmente l'uomo fu avvelenato da una donna ma la Squadra Mobile indagò per qualche settimana, poi si arrese e la morte del trasteverino finì nell’elenco dei casi romani irrisolti.
Il giallo di Maria Teresa dell'Unto 19 sept. 2019
La sua storia ha inizio il 29 marzo del 2001. Dopo essere uscita dalla sua abitazione a Tragliatella, una frazione di Roma, nella zona di Bracciano, la donna salì a bordo della sua Fiat Punto. Quel giorno mise la carne a scongelare, come se dovesse fare ritorno ma di lei, da quel momento, si persero le tracce. Solo più tardi il marito, chiamando in ospedale, apprese che Maria Teresa era di riposo. E' proprio qui, alla stazione di Anguillara che fu ritrovata la sua macchina. Il caso finì per essere archiviato per l’assenza di elementi utili a condurre le indagini ma solo nel 2009, otto anni dopo, subì una svolta inaspettata che portò alla sua soluzione. Il suo cadavere fu rinvenuto a casa di un suo ex collega e a quanto pare strozzino, il sessantaquattrenne romano Angelo Stazzi, già coinvolta in una serie di omicidi simili. Per il delitto della collega, Stazzi fu condannato a 24 anni di carcere; nel marzo 2014 giunse anche la condanna da parte della Corte di Cassazione di Roma che condannò l’uomo all’ergastolo con l’accusa di aver ucciso sette anziani ricoverati in una casa di riposo alle porte della Capitale, in seguito alla somministrazione massiccia di insulina in soggetti non diabetici e, in due casi specifici, di psicofarmaci.
Il lupo dell'Agro Romano19 sept. 2019
È proprio in via Flaminia che, il 15 luglio del 1983, è stato rinvenuto il primo cadavere di una prostituta, Thea Stoppa, uccisa per mano del misogino lupo dell'Agro Romano, Maurizio Giugliano. La breve vita del lupo è segnata fin dalla nascita: per un errore in sala parto contrae un ritardo psicomotorio e a otto anni, poi, viene investito, riportando una commozione cerebrale. I genitori, Italo e Maria, si convincono che la sua trasformazione e la sua spiccata inclinazione a comportamenti violenti e sadici siano legati proprio a questi due episodi. Fin da piccolo, Maurizio tortura e uccide animali indifesi per il gusto di farlo, tenta di uccidere il fratello minore, Roberto, e brucia il volto ad un altro fratello, Franco; strappa anche un occhio ad un compagno di classe con una forchetta. Maurizio sviluppa un odio feroce nei confronti delle donne, ma nonostante ciò, sposa la minorenne Rosa e la mette incinta. Da quell'anno inzia la sua caccia, uccide prima 3 prostitute e poi donne comuni, anche minorenni, in maniera violenta; strangolandole, sgozzandole o calpestandole violentemente. Dopo una serie di processi, risultò colpevole per uno solo dei suoi delitti perché riconosciuto da alcuni testimoni, ma il magistrato, tenendo presente la seminfermità mentale dell'uomo, commuterà la pena in dieci anni da scontare nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino. Qui il lupo morirà, all'età di 31 anni per un infarto, dopo aver soffocato, con un cuscino, il suo compagno di cella.
Domenico Bruno e la piena del Tevere 18 sept. 2019
Il suo corpo riaffiorò sul litorale di Ostia il 27 febbraio del 2004. Ad essere ritrovato ucciso con dodici coltellate Domenico Bruno, imprenditore originario della Calabria all'epoca dei fatti 45enne. Il delitto si consumò la notte tra il 27 ed il 28 gennaio dello stesso anno. Secondo l'accusa l'uomo fu ucciso dall'ex moglie Luciana Cristallo, con l'aiuto del suo compagno di allora, Fabrizio Rubini, poi venne avvolto in un tappetto e gettato nel fiume Tevere, dal quale riaffiorò sulla spiaggia del Faber Beach un mese dopo. Accusati dell'omicidio di Domenico Bruno, Luciana Cristallo (sposata con la vittima per venti anni e dalla quale ebbe quattro figli), e Fabrizio Rubini, vennero assolti con formula piena il 23 ottobre del 2012. La Corte, assolse in primo grado la donna, perché avrebbe agito per legittima difesa, mentre il suo compagno di allora, Fabrizio Rubini, venne assolto per non aver commesso il fatto. L'accusa di occultamento di cadavere andò invece in prescrizione.
Il detective ucciso al binario 1016 sept. 2019
Il detective ed ex rappresentante di elettrodomestici Duilio Saggia Civitelli fu ucciso con una colpo di pistola alla testa il 12 febbraio 1995, mentre attendeva il treno al binario 10 della stazione Ostiense. Due piste di indagine, una passionale e una d'usura. Ma non emerse nulla e tre anni dopo l’inchiesta fu archiviata. Oggi Massimo Saggia Civitelli, il figlio, anche lui titolare di una agenza di investigazioni, non esclude che a sparare sia stato un serial killer che compie gesti gratuiti», ancora in circolazione: negli anni successivi, tra la Piramide e Trastevere, ci sono stati tre casi fotocopia: il detective, una suora, il fotografo dei vip sotto ponte Testaccio.
Il Cadavere di Padre Pierre 16 sept. 2019
Il primo febbraio 2000 all’altezza di Vitinia venne rinvenuto un cadavere, subito riconosciuto dai confratelli come quello di padre Pierre Silviet-Carricart, sacerdote trasferito a Roma dalla Francia alle fine degli anni Novanta dopo che il religioso era stato accusato di pedofilia. Ma il magistrato francese sospettò che nelle bara fosse stato collocato un morto diverso, per coprire la fuga del prelato. Si arrivò così, nel novembre 2000, alla riesumazione della salma nel cimitero di un paese sui Pirenei dai cui esami del Dna, però arrivò la conferma dell'idea iniziale: il corpo era proprio quello dell’ex rettore dell’istituto Notre Dame di Bétharram , accusato di violenza sessuale da due collegiali e quasi certamente suicida.
Omicidio Monterotondo16 sept. 2019
Lorenzo Sciacquatori, è morto a Monterotondo dopo una lite. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la figlia dicianovenne Deborah, avrebbe colpito il padre, ubriaco, che sarebbe caduto a terra. Si tratta del tragico epilogo di una storia di violenze domestiche per le quali la madre Antonietta, 42 anni, nel 2014 lo aveva già denunciato ai carabinieri. Gli stessi militari dell’Arma quattro mesi più tardi, avevano posto l'ex pugile, in balia di alcol e droga, in stato di fermo per resistenza a pubblico ufficiale. Dopo esser stato rilasciato, i maltrattamenti sono proseguiti fino al tragico giorno in cui, dopo aver pestato la moglie con forti colpi al volto, ha scatenato la reazione estrema della figlia.
Omicidio Beau Solomon10 sept. 2019
È morto per annegamento Beau Solomon, lo studente americano caduto nel Tevere la notte tra il 30 e il primo luglio del 2016. Il diciannovenne si trovava a Roma per un corso di cinque settimane presso la John Cabot University, un ragazzo appassionato di football americano, dolce e forte che quando era un bambino aveva dovuto combattere contro una rara forma di cancro, affrontando una serie innumerevole di trattamenti di chemioterapia e interventi chirurgici. Secondo le prime ricostruzioni, all'origine dell'omicidio ci sarebbe stato un litigio o una rapina all'altezza di ponte Garibaldi, dopodiché il giovane sarebbe stato spinto in acqua da un senzatetto. Recentemente, però, i giudici della Corte d'Assise di Roma hanno assolto il clochard Massimo Galioto dall'accusa di omicidio per mancanza di prove e discordanze fra le versioni dei fatti raccontate dai soggetti coinvolti e dai testimoni.
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