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Explore every episode of the podcast I Nizioleti raccontano Venezia

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Calle dei Albanesi20 Aug 2020
Gli albanesi godettero di molta considerazione a Venezia: primi “guardiani” dell’Adriatico e primo baluardo contro nemici invasori, lottarono strenuamente contro l’aggressione e lo strapotere degli ottomani di Costantinopoli, come sudditi fedelissimi e alleati della Serenissima. Vedove, orfani, clero, e quanti riuscirono a lasciare le terre massacrate dalla guerra, furono accolti in laguna, specie dopo l’estremo sacrificio della città di Scutari, che aveva superato l’assedio del 1474 anche grazie alle virtù eroiche del comandante Antonio Loredan, ma che dovette soccombere al durissimo assedio del 1478-1479. Giunti così a Venezia, i sopravvissuti albanesi vi si stanziarono, come testimonia la toponomastica: una Calle dei Albanesi si incontra a San Marco, girando a sinistra subito dopo Ponte della Paglia in Riva degli Schiavoni, e a San Polo. In questi luoghi ripresero le loro attività, consistenti prevalentemente nella tessitura e nella lavorazione di lane e panni vivacemente colorati con sgargianti pigmenti; ma per non inquinare le acque della laguna il più delle volte abitavano sui margini esterni della città, specie nei pressi della laguna nord. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Corte Margaritera18 Aug 2020
A San Martino una Corte Margaritera (Margheritera) rammenta un’attività molto antica risalente già al XIII secolo e molto praticata: quella della preparazione e della lavorazione di palline di vetro di svariati e smaglianti colori, chiamate appunto margarite. Queste piccole sfere erano molto apprezzate dalle popolazioni del lontano Oriente, che le acquistavano pagandole con oro e gemme preziose. Di solito con il termine margarita si intendevano anche i granati e altre pietre preziose (i quarzi), ma a Venezia divenne specifico per questo settore della produzione vetraria. I margariteri erano tenuti a comperare il materiale vetroso solamente a Murano. In origine erano uniti ai perleri (fabbricanti di perle o perlai), ma si divisero da questi nel 1500. Avevano Scuola a San Franceso de la Vigna e protettore San’Antonio Abate. È da menzionare che di queste perle si servì anche Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio verso le Indie, per rabbonire gli indigeni e accaparrarsi merci molto preziose. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle del Stampador13 Aug 2020
A San Samuele esiste una Calle del Stampador, ma non si sa a quale bottega faccia riferimento; è probabile che ve ne fosse una nei primi tempi in cui questa attività giunse a Venezia. Essa fu portata da Giovanni da Spira nel 1469, ma morì subito dopo e poco poté esercitare il suo mestiere. Ereditò la sua attività il fratello Vindelino, poi alla sua ditta se ne affiancarono altre, rette da maestri del Nord Europa. Ben presto a questi si aggiunsero i Manuzio, i Gioliti e i Giunti. L’arte della stamperia crebbe in città in modo sorprendente, grazie anche al fatto che si usavano fogli di carta particolarmente pregiati, la stampa degli stessi risultava nitidissima e le edizioni erano mirabilmente curate. Basti rammentare la prima edizione completa dei classici latini fatta proprio da Aldo Manuzio e curata da Pietro Bembo e Ludovico Ariosto su commissione di Erasmo da Rotterdam, risalente al 1509. Assieme ai librai, gli stampatori si organizzarono in congregazione già nel 1548 e dal secolo successivo si riunirono nella Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, avendo per protettore San Tommaso d’Aquino. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Rio Marin11 Aug 2020
Dei tintori lavoravano anche nei pressi di Rio Marin: sembra che questo canale derivi il suo nome dalla famiglia Dandolo, e in particolare da un Marino Dandolo che pare averlo fatto scavare a mano: per festeggiare la vittoria di Venezia a fianco di Bisanzio contro i Normanni, fece costruire la nuova via d’acqua donandola alla città a patto che venisse denominata con il nome del figlio natogli in quel periodo, Marino. Presso il rio esisteva un’area detta Purgo, che serviva a purificare le acque del canale inquinato dai coloranti della lavorazione di lane e sete, costituito da un percorso di canali che si snodavano tra gallerie e pozzi atti a trattenere i coloranti in questione. Qui c’è anche una Fondamenta di Rio Marin o dei Garzotti, che deriva il secondo nome da alcuni lavoranti dei panni che si chiamavano così perché “garzavano” le loro tele sollevandone il pelo con una specie di pannocchia spinosa chiamata garzo (o cardo). Dapprima ebbero Scuola con i cimadori (addetti a preparare il filato per la tessitura), ma poi se ne separarono trovando ospitalità nella Chiesa di San Simeon Grande sotto il patrocinio dell’Annunciazione. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle dei Testori06 Aug 2020
Nella zona più occidentale di Venezia, oltre il Piazzale Roma, dove c’è la piccola Chiesa di Sant’Andrea, si trova una Calle dei Testori, così chiamata perché vi erano case riservate all’arte dei tessitori di seta, che fungevano anche da ospizio per malati e infermi della stessa arte. Questo mestiere era fiorito a Venezia nel 1300, forse anche grazie al contributo di alcune famiglie di Lucca trasferitesi a vivere in laguna, e si era sviluppato a tal punto che a fine 1600 i telai funzionanti per i commerci con Occidente e Oriente erano più di 3000. Caduta la Repubblica, essi si ridussero a meno di trecento. I tessitori di seta avevano per protettrice la Vergine Annunciata e Scuola nella Chiesa dell’Abazia e presso la Chiesa dei Gesuiti. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle de l’Aseo04 Aug 2020
Oltre alle mescite di vini c’erano anche luoghi adibiti alla trasformazione del vino in aceto: Venezia ne faceva un grande uso, non solo per la sua cucina (esso è un ottimo conservante e nelle tradizioni alimentari della laguna è indispensabili per il saor, l’intingolo a base di cipolla soffritta nell’olio, uvetta e aceto fatto alla fine evaporare, che versato sul pesce lo rendeva particolarmente appetitoso e facile da conservare per giorni), ma anche per disinfettare l’acqua potabile trasportata nelle botti per mare che tendeva a imputridire soprattutto in estate: mescolandovi dell’aceto diminuiva la possibilità di infezioni intestinali. Per questo non è difficile incontrare una Calle de l’Aseo, o un Ponte de l’Aseo, che segnano il luogo dove esistevano queste attività (ad esempio a San Marcuola e a San Giovanni Grisostomo). © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle dei Saoneri30 Jul 2020
Continuando in direzione di San Polo, si passa per Calle dei Saoneri: è questa una delle diverse località che riportano come toponimo quello dei fabbricanti di sapone, i quali a Venezia contavano nel 1500 ben 25 industrie, che diminuirono verso la fine della Repubblica a sole 7, per via della terribile concorrenza fatta dall’estero (specie da Marsiglia e da Trieste). Altra Calle dei Saoneri si trova nella zona di San Barnaba. È interessante ricordare che verso la fine del 1400 la Repubblica vietò la fabbricazione di saponi in aree non cittadine per evidenti intenti protezionistici. La grande fortuna che ebbe il sapone veneziano, ambito prodotto nelle corti estere così come nei mercati rionali, era dovuta al fatto che, mentre all’estero il sapone si fabbricava con il grasso di qualsiasi animale macellato e pertanto puzzava molto, a Venezia l’elemento che lo componeva era l’olio di oliva, che lo rendeva particolarmente morbido e profumato. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle del Becher28 Jul 2020
Calle, Campo, Ponte e Rio de le Becarie si trovano nei pressi di Rialto; qui vi erano i luoghi preposti allo smercio delle carni e spesso anche alla loro macellazione. Becher poi era chiamato il macellaio addetto alla preparazione dei pezzi di carne e alla loro vendita al minuto; per cui in città si incontra qualche toponimo nato da questa denominazione, come Calle del Becher a San Felice, in Strada Nova. Il toponimo Luganegher, vale a dire “salsicciaio”, che vendeva prodotti di maiale sotto ogni forma, è abbastanza frequente da incontrarsi, ad esempio in Frezzaria, a Sant’Aponal e a San Cassian, come Calle, Sotoportego, Ramo e Corte del Luganegher. Questo mestiere era molto diffuso tant’è che alla fine della Repubblica contava ben 684 addetti. Il consumo di salsicce, così come di carni di manzo, di vitello, di pecora e di castrato, a cui è da aggiungersi la cacciagione, era abbondante e diffusissimo tra la popolazione. Legato al mestiere dei luganegheri c’è a San Matteo di Rialto un altro curioso toponimo: Corte dei Pii, che nulla ha a che vedere con particolari praticanti religiosi, ma con il fatto che in questo luogo si usavano cuocere piedini di maiale, di manzo, di vitello e di castrato, proprio ad opera dei luganegheri. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Ruga dei Speziali23 Jul 2020
L’arte degli spezieri (o spessieri) aveva avuto il suo statuto già nel lontano 1258, e raggruppava al suo interno sia i medici che i farmacisti. Affine a quest’ultima, c’erano gli speziali. Essi si distinguevano in particolare perché era loro compito la preparazione e poi lo smercio della teriaca o triaca, uno sciroppo che avevano appreso dai greci e dagli arabi e di cui erano diventati in breve i depositari pressoché in esclusiva. La triaca era preparata con un numero molto alto di ingredienti (più di sessanta anche piuttosto rari): in pratica conteneva le spezie di tutto l’Oriente e dell’Italia, di cui Venezia si accaparrava l’esclusiva; a queste veniva aggiunta poi polvere di carne di vipera essiccata, proveniente dai Colli Euganei. Il risultato di questo intruglio era usato per curare praticamente qualsiasi accidente di salute. Non sappiamo quale ne fosse effettivamente la validità, fatto sta che Venezia esportava teriaca dalla Spagna alla Russia. La diffusione di questi negozi ha lasciato importanti segni nella toponomastica: per gli speziali in Ruga Rialto, Ruga dei Speziali; per gli spezieri ai Santi Filippo e Giacomo, Calle del Spezier, che si trova vicino a San Zaccaria, ma anche a San Stin e a San Pantalon, dove si incontrano due Calle del Spezier. Anche presso Fondamenta degli Ormesini era attiva una bottega di spezier, condotta da un ebreo, che ha lasciato il nome alla calle su cui si apriva, Calle del Zudìo (giudeo). © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle del Scaleter21 Jul 2020
Nel 1753 c’erano a Venezia ben 59 botteghe di scaleteri, che naturalmente hanno lasciato il loro nome nella toponomastica cittadina. Gli scaleteri erano pasticceri che confezionavano in particolare torte con cialde disposte a scaletta, spesso per matrimoni. Naturalmente confezionavano anche torte e pasticcini di altro tipo, e spesso nei loro locali si mescevano bevande calde, in particolare caffè e cioccolata. Al loro interno, così come nelle farmacie o erboristerie del passato, solevano soffermarsi, di giorno e spesso di notte, dei medici in attesa di essere convocati al capezzale di qualche paziente. Calle del Scaleter ricorda la presenza di uno di questi negozi, tra i più antichi (risale circa al 1746): si trova tutt’ora a Sant’Agostin, vicino a San Polo, ed è ancora funzionante con il nome di “Pasticceria al Bucintoroˮ. Si narra che qui trovò soccorso per il senatore Matteo Bragadin, colpito improvvisamente da infarto, il giovane Giacomo Casanova, che lo stava riaccompagnando al suo palazzo a Santa Marina (oggi Bragadin Carabba, ma di proprietà dei conti Papadopoli). Accortosi del grave malore, fece fermare la gondola al ponte di Ca’ Bernardo, scese di corsa, entrò nel pubblico locale e fece salire il medico in gondola con lui; poi, non convinto delle cure prestate, si arrangiò da solo a salvare colui che diventerà per decenni il suo più importante amico e sostenitore anche economico. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle del Forner16 Jul 2020
Quasi ogni quartiere doveva avere i suoi negozi e botteghe dove gli abitanti del luogo trovavano il fabbisogno per la vita quotidiana, senza necessità di spostarsi da una parte all’altra della città. Perciò c’erano, e naturalmente rimangono, decine di luoghi con denominazioni legate a queste attività commerciali, prima fra tutti Calle del Forno o del Forner, dal momento che in città si contavano ancora nel 1773 ben 63 forni funzionanti. A volte, vista la vicinanza al forno di qualche altro negozio, la calle poteva assumere due nomi, come Calle del Forno o del Marangon (falegname), a San Giovanni Evangelista. Per le esigenze speciali c’erano strutture speciali: in Riva degli Schiavoni, all’altezza dell’Arsenale, proprio all’interno dell’attuale Circolo Sottufficiali di Marina, si costruirono nel primo Cinquecento ben trentadue forni in un unico spazio, di cui ora restano solo quattro esemplari; questi dovevano fornire i biscotti per l’approvvigionamento di navi e marinai. Rimane la memoria topografica di questa imponente opera nella calle vicina, chiamata Calle dei Forni. I biscotti veneziani per le truppe di mare erano confezionati e preparati in modo da poter resistere a lungo senza deteriorarsi e senza essere attaccati dai tarli. Racconta il Tassini in “Curiosità veneziane” che venne rinvenuto nel 1821 un certo quantitativo di biscotti lasciati a Candia nel 1669, quando i veneziani dovettero cedere l’isola ai turchi, ancora perfettamente conservato ed edibile. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Fondamenta del Soccorso14 Jul 2020
Gli ospizi a Venezia erano piuttosto numerosi, e per questo è possibile trovare denominazioni che ne ricordano la funzione: ai Carmini, per esempio c’è una Fondamenta del Soccorso con omonimo ponte che deve il suo nome ad un ospizio per donne “traviate” ormai di una certa età, istituito dalla cortigiana Veronica Franco, quando si ritirò pentita della sua attività precedente. La sua iniziativa prese l’avvio intorno al 1580 e venne sostenuta generosamente da diversi patrizi. Dapprima l’ospizio si trovava ai Tolentini, poi fu spostato a San Pietro di Castello, quindi a San Trovaso e infine ai Carmini, dove funzionò fino all’età napoleonica. C’è poi Corte dei Vecchi a San Sebastiano che desume il suo nome dalla presenza in loco di un ospizio, denominato di San Ludovico, destinato alla cura gratuita di anziani senza figli e senza famiglia. L’ospizio sorse su un lascito del nobile Lodovico Priuli sul finire del 1500. Analogamente una Calle Vechia a Castello potrebbe chiamarsi così per via di un ricovero per marinai soli e ammalati eretto nel 1474. Inoltre, a San Samuele esiste una Calle e un Ramo dei Sotti (zoppi), così chiamato per via di alcune case che appartenevano alla Scuola dei Sotti, che comprendeva anche zonfi (monchi) e ciechi, detta anche Confraternita dell’Annunciazione, fondata nel 1392 con lasciti della famiglia Morosini. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle del Squero09 Jul 2020
Una città nata sul mare, che aveva come mezzo fondamentale di comunicazione al suo interno e con le popolazioni straniere la barca, piccola o grande che fosse, doveva per forza avere molti operai e molti cantieri: la barca ai tempi della Serenissima era necessaria anche per i più piccoli spostamenti quotidiani, in quanto i collegamenti tra le isolette che componevano Venezia non erano sempre garantiti da ponti. Così all’Arsenale si costruirono prevalentemente le grosse imbarcazioni mercantili e militari, mentre gli squeri producevano imbarcazioni di stazza più ridotta o per piccole flotte private. È ovvio dunque, che, vista l’importanza di questo settore di attività, la toponomastica abbia conservato in più luoghi la memoria dello squero, sebbene oggi sia raro incontrarne qualcuno: ci sono una Calle e un Ramo del Squero a San Moisè; un’altra Calle del Squero a San Barnaba; e c’è Calle del Squero Vechio, ad esempio ai Santi Giovanni e Paolo, per distinguere le attività più vecchie da quelle più recenti. Nell’arte degli squeraroli rientravano anche gli arsenalotti, e insieme costituirono corpo nel 1610, con Scuola di devozione a San Trovaso, sotto la protezione di Santa Elisabetta. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Sotoportego Minelli07 Jul 2020
A San Fantin c’è una Calle con Sotoportego Minelli, così chiamati dal nome di una famiglia di origine bergamasca che qui aveva abitazione e proprietà. Era una famiglia di basse origini e di bassa condizione economica, ma era riuscita con un negozio ben avviato in Casaria a Rialto e tramite matrimoni a farsi un nome e una reputazione; così a metà 1600 acquisì l’accesso al Maggior Consiglio con l’esborso già noto dei 100.000 ducati previsti per fronteggiare le guerre con i turchi. Si ricorda che il giorno in cui la famiglia fu eletta, uno dei fratelli, Andrea, era nella bottega intento a vendere salumi, e il maggiore stava giocando a palla con indosso il grembiule turchino, tipico dei bottegai veneziani. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle Cortese02 Jul 2020
A un Domenico Cortese, che faceva l’argentiere a Santa Marina presso i Santi Giovanni e Paolo nel 1444, fu imposto di chiudere la sua attività in quanto il camino del suo laboratorio faceva ricadere i fumi sulle abitazioni vicine, arrecando molto fastidio; ma i medici che furono interpellati per esprimere un parere sulla nocività delle esalazioni dichiararono che non erano dannosi, e Domenico poté riprendere la sua arte. La famiglia fu altre volte implicata in questioni legali, sempre nel corso del 1400: un altro Domenico fu incarcerato per tre mesi per aver cercato di falsificare un oggetto in metallo prezioso; e un altro omonimo si trovò implicato in un processo per tradimento causato dalla moglie e dal suo amante, a cui aveva donato molti beni del marito. Estinti probabilmente in quel periodo, hanno lasciato segno di sé nel nome della Calle Cortese che porta appunto il loro cognome. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle Tron30 Jun 2020
Calle e Rio Tron si trovano a San Stae nel sito dove aveva dimora questa ricca, facoltosa e molto antica famiglia veneziana; ma calli omonime si ritrovano anche altrove, ad esempio nei pressi di Piazza San Marco. Nella seconda metà del 1700 un Andrea Tron sviluppò un’importante azienda agricola nella terraferma veneziana, da cui ricavava vini molto apprezzati che esportava specie nell’Europa dell’Est; egli per primo introdusse l’uso delle bottiglie di vetro verde, fatte fare apposta a Murano, al posto delle botti. Andrea aveva un fratello, Francesco, che sposò all’età di 50 anni la diciassettenne Cecilia Zen, che ben presto si distinse, favorita anche dalla sua avvenenza, per i suoi costumi piuttosto emancipati e per il suo carattere sagace. Nel 1785 Cecilia affittò il suo palco nel Teatro di San Beneto al conte di Curlandia per ben 80 zecchini, il che fece nascere e diffondere per Venezia un piccante motto di spirito: “Brava la Trona: la vende el palco più caro de la mona”; al quale la spregiudicata dama rispose con altrettanta pungente ironia: “La Trona, la mona la dona”. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Corte Soranzo25 Jun 2020
C’è a San Martino una Corte Soranzo, così come c’è una calle con lo stesso nome a San Marcuola, detta anche Calle Correr, e una Fondamenta Soranzo, ribattezzata Fornace, a San Gregorio (Strada Nova). In queste aree, ma anche a San Polo, la Famiglia Soranzo aveva dimore e possedimenti immobiliari. I Soranzo provenivano da Roma (gens Superantia), da dove si erano trasferiti prima ad Altino e poi nelle isole realtine. Diedero molti importanti personaggi alla Repubblica, in particolare guerrieri: si ricorda al riguardo il valoroso e eroico Benedetto, che durante la battaglia di Lepanto, rimasto senza compagni nella sua nave e ferito in modo molto grave da tre frecce, preferì farsi saltare in aria, dando fuoco alle polveri della Santa Barbara piuttosto che cadere in mano al nemico turco e consegnargli quanto restava della sua imbarcazione. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Ponte Pesaro23 Jun 2020
Nei pressi di San Stae, Calle, Ponte, Rio e Fondamenta Pesaro ci parlano della presenza in zona di questa famiglia, tra le più in vista, che qui aveva dimora. Il loro palazzo, che oggi ospita il Museo di Arte Moderna, era in origine un edificio fortificato con due torrette di avvistamento; nel ricordo di quella realtà che mutò solo nel 1500 il rio che scorre a sud est dell’edificio si chiama ancora Rio de le Due Torri o di Santa Maria Mater Domini, e più all’interno inspiegabilmente muta nome e si chiama Rio de la Tore. I Pesaro erano giunti a Venezia dalla Romagna all’inizio del XIII secolo e avevano dato alla nuova patria illustri nomi di guerrieri, studiosi, prelati e infine un Doge, Giovanni, eletto al vertice dello Stato nel 1658. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle Caotorta18 Jun 2020
Una Calle Caotorta, a Sant’Angelo, documenta la presenza in zona di un discendente di una delle famiglie più antiche: si vuole che Antifone, figlio di Pilemene, re degli eneti di Paflagonia, giunto nelle lagune con Antenore dopo la distruzione di Troia, approdasse all’isola di Olivolo e qui desse luogo alla famiglia degli Stivacali o Samacali, più tardi chiamata Capotorto e poi volgarizzata in Caotorta. Si sa per certo che questa famiglia partecipò alla fondazione di Venezia e all’erezione di una delle sue più antiche chiese, quella di San Sergio e Bacco. Un ramo della famiglia abitava presso la Madonna de l’Orto, dove la calle che portava il suo nome non esiste più, e un altro ramo a Sant’Angelo. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle Bembo16 Jun 2020
I Bembo giunsero a Venezia da Bologna e si imposero come una delle più importanti famiglie nella vita dello Stato, sia per ruolo politico e militare, sia per peso culturale e religioso: magistrati, prelati, generali, eccelsi uomini di cultura (si pensi per tutti a Pietro Bembo, lo scrittore amico della regina Caterina Corner e padre del Rinascimento), e perfino un Doge, Giovanni (16151618). La casa madre era situata in Riva del Carbon, dove c’è ancora una Calle Bembo, in Parrocchia di San Salvador, ma ci sono in città altri toponimi legati alla famiglia: si veda Calle Bembo a San Zan Degolà, vicino al Campo San Giacomo dall’Orio. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle Bragadin11 Jun 2020
Giunta a Venezia nell’800 dall’isola di Veglia in Dalmazia, la famiglia Bragadin entrò subito a far parte di quelle più autorevoli della città di Venezia. Oggi esiste una Calle Bragadin che si affaccia in Barbaria de le Tole ai Santi Giovanni e Paolo, dove un ramo importante della famiglia aveva dimora. Qui nacque Marcantonio, l’eroe di Famagosta, scuoiato vivo dai turchi dopo la resa dell’ultima fortezza di Cipro che ancora resisteva alla loro invasione. Sopra il portone d’accesso al palazzo una lapide con bassorilievo ne ricorda nome e imprese. Una calle con il loro nome c’è anche a San Cassian, mentre un Palazzo Bragadin prospetta sul canale su cui sorge la parte posteriore del Teatro Malibran a San Giovanni Grisostomo. Qui, prima dell’arresto che lo portò al Carcere dei Piombi, visse alcuni anni Giacomo Casanova dopo che era entrato nelle grazie del nobile senatore Matteo Bragadin, cui aveva salvato la vita minacciata da un serio infarto. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle Querini09 Jun 2020
Sempre a Santa Maria Formosa abitavano i Querini che qui hanno lasciato il loro nome a un Ponte e a una Calle Querini, così come analoghe denominazioni in altri luoghi di Venezia. Originari di Roma (gens Galbaia, da dove discese l’imperatore Galba), passarono a Padova e, alla venuta di Attila, a Torcello, per poi stabilirsi a Rivo Alto. Nel 1310 un Zuane Querini, invischiato nella congiura di Baiamonte Tiepolo fuggì a Rodi, dove acquistò l’isola di Stampalia, di proprietà fino al 1537, quando i turchi se ne impossessarono. Il nome di Stampalia rimase a fregiare questo ramo della famiglia. Nel 1868 Giovanni Querini, benemerito cultore di arte e letteratura, donò il palazzo e la raccolta di oggetti, quadri e libri alla Fondazione Scientifica che volle prendesse il nome della sua famiglia: oggi la Biblioteca e il Museo Querini Stampalia, aperti regolarmente al pubblico, sono una delle istituzioni culturali più preziose e funzionali della città. La famiglia si estinse nel 1886. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Corte Barbarigo04 Jun 2020
Anche i nobili Barbarigo hanno lasciato traccia dei loro beni nei nizioleti in vari punti della città: interessante Corte Barbarigo all’Angelo Raffaele dove la famiglia possedeva un palazzo già dei Michiel, distrutto nel 1820. Questa famiglia trasse il suo cognome da una vicenda avvolta nel mito: Arrigo, uno dei suoi più illustri antenati e signore di Muggia, nel 1880 combatté valorosamente contro i saraceni uccidendone molti e facendosi poi una macabra corona di barbe che aveva reciso ai loro cadaveri. La fusione del termine “barba” con il nome dell’eroe, Arrigo, avrebbe prodotto il cognome della famiglia. Secondo altri invece, a seguito della battaglia appena menzionata, i soldati di Arrigo presero l’uso di lanciarsi in battaglia al grido di incitamento “Barba! Arrigo”, da cui sarebbe derivato il cognome in questione. Giunta in seguito a Venezia, la famiglia fondò la Chiesa di Santa Maria Zobenigo, più nota come Santa Maria del Giglio, presso la quale avevano dimora nella fondamenta che da loro e dai Duodo (documentati già nel 1265 con un Leonardo e forse originari della Morea) porta ancora il nome, Fondamenta Duodo o Barbarigo. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Corte Morosini02 Jun 2020
I Morosini erano un’altra importantissima famiglia di Venezia: diede alla patria ben quattro Dogi, e ovviamente il suo ruolo era evidenziato anche da proprietà sparse in tutto l’ambito cittadino. Queste si concentravano a San Giovanni Crisostomo, dove si annoverano una Calle e una Corte Morosini, là dove abitava il ceppo originario della famiglia, presso le case dei Polo e non distante da quelle dei Falier, e in epoca più recente presso Campo Santo Stefano, dove sorge la dimora del già citato Doge Francesco, accanto al forse più noto e più ricco Palazzo Pisani, oggi Liceo Musicale Benedetto Marcello, che ha dato il nome allo spazio pubblico a lui antistante (Campo Pisani). In questa abitazione nel febbraio del 1709 i Morosini diedero una sfarzosa festa notturna in onore di re Federico IV di Danimarca; e per proteggere gli invitati dalla neve venne coperta con una soffittatura di legno la calle che dal Canal Grande, dove c’era l’approdo delle gondole, conduceva fino all’ingresso della loro dimora. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Campo San Luca28 May 2020
Alcuni campi, pur essendo intitolati a santi, sono privi della chiesa omonima che si trova dislocata in un’area nelle immediate adiacenze: è il caso di Campo San Luca, tutto racchiuso tra edifici Settecenteschi, la cui chiesa sorge su una fondamenta a qualche centinaio di metri di distanza. Essa risulta un po’ appartata rispetto alle aree più frequentate della città, e perciò è poco conosciuta e meno visitata, sebbene contenga elementi indubbiamente di attrattiva come la sepoltura di Pietro Aretino, illustre scrittore del 1500, indicata da un’epigrafe che ne sintetizza magistralmente il carattere: “Qui giace l’Aretin, poeta Tosco, che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: non lo conosco”, nonché un’importante tela del Veronese. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Rio dei Mendicanti27 May 2020
Sempre in questa zona troviamo Campo San Zan Degolà (San Giovanni decollato, decapitato), che si apre lungo un percorso che, quasi costeggiando il Canal Grande, conduce direttamene al Ponte degli Scalzi e alla Stazione ferroviaria. La Chiesa di San Zan degolà fu eretta già nel XI secolo e se per fuori presenta una struttura settecentesca, dentro è rustica, con resti interessantissimi di antichi affreschi male conservati, ma ancora leggibili. Non distante, proprio sul Canal Grande c’è Riva di Biasio, un luganegher che aveva una trattoria in cui preparava lo sguazzetto, una specie di spezzatino in umido molto apprezzato non solo dal popolo. Ma questo Biasio era un mostro: aggiungeva infatti al suo intingolo anche pezzetti di carne di bimbi che con crudele costanza andava trucidando. Ma fu scoperto nella sua attività delittuosa: un giorno venne ritrovata nell’intingolo da lui versato sul piatto di un cliente una falange di bambino e il delinquente fu arrestato immediatamente e prontamente giustiziato senza alcuna pietà. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Campo San Polo27 May 2020
Campo San Polo è senza dubbio uno dei più grandi di Venezia, se non il più grande, ed è ornato da bei palazzi aristocratici e dall’elegante foggia dell’abside dell’omonima chiesa. Questa è molto antica e fu edificata dai Dogi Pietro e Giovanni Tradonico nell’837. Il suo campanile si trova davanti all’ingresso principale, sul lato lungo dell’edificio; ha una porticina campanaria sormontata da lapide e da due leoni contrapposti, uno con un serpente avvinghiato attorno, mentre l’altro tiene tra le zampe anteriori una testa che, a detta popolare, dovrebbe rammentare quella del Doge Marin Faliero, appunto morto decapitato il 17 aprile del 1355 per il suo tentativo di colpo di stato nei confronti della Repubblica. L’ampiezza del campo ha consentito che qui si svolgessero regolarmente mercati, si tenessero feste, si tirasse con l’arco e la balestra, si facessero riviste militari, e di recente vi si allestissero spettacoli circensi. Da qualche anno in inverno vi si prepara una pista da pattinaggio su ghiaccio. Dalla parte opposta della chiesa ancora nel Settecento scorreva un rio che fu coperto a metà secolo circa, tramite un cunicolo che attraversa l’intero campo; l’acqua però vi continua a scorrere. La chiesa poi si affaccia sul campo con la sua importante e inconsueta abside gotica ed è uno scrigno di tesori d’arte, contenendo una serie importante di dipinti di Tintoretto. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Riva di Biasio27 May 2020
Sempre in questa zona troviamo Campo San Zan Degolà (San Giovanni decollato, decapitato), che si apre lungo un percorso che, quasi costeggiando il Canal Grande, conduce direttamene al Ponte degli Scalzi e alla Stazione ferroviaria. La Chiesa di San Zan degolà fu eretta già nel XI secolo e se per fuori presenta una struttura settecentesca, dentro è rustica, con resti interessantissimi di antichi affreschi male conservati, ma ancora leggibili. Non distante, proprio sul Canal Grande c’è Riva di Biasio, un luganegher che aveva una trattoria in cui preparava lo sguazzetto, una specie di spezzatino in umido molto apprezzato non solo dal popolo. Ma questo Biasio era un mostro: aggiungeva infatti al suo intingolo anche pezzetti di carne di bimbi che con crudele costanza andava trucidando. Ma fu scoperto nella sua attività delittuosa: un giorno venne ritrovata nell’intingolo da lui versato sul piatto di un cliente una falange di bambino e il delinquente fu arrestato immediatamente e prontamente giustiziato senza alcuna pietà. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle de la Madona27 May 2020
Altri toponimi legati in qualche modo al mondo clericale fanno riferimento a fatti o personaggi particolari, come ad esempio Sotoportego e Corte del Papa a San Giovanni in Bragora: qui nel 1417 nacque Pietro Barbo che nel 1464 venne eletto sommo pontefice con il nome di Paolo II. Poi, pur non facendo riferimento in modo esplicito al termine ecclesiastico, è curioso ricordare a questo punto che esiste a Sant’Aponal una Calle del Perdon, sulla quale si apre una calletta dopo un basso sottoportico, chiamata Calle de la Madona. Si narra che qui il pontefice Alessandro III, fuggendo dall’imperatore Federico Barbarossa, giunse a Venezia (1177) e trascorse la prima notte del suo soggiorno lagunare all’aperto e all’umido, protetto solo dal breve sottoportico menzionato. In memoria di questa strana notte concesse un’indulgenza plenaria perpetua a chi vi avesse recitato un Pater Noster e un’Ave Maria. Nel sottoportico è stata eretta in seguito una piccola edicola che contiene una bella Madonna e, su una grossa asse in legno che sormonta il portico stesso, un’iscrizione di non facile lettura rammenta l’evento riportato, che come si può immaginare è senz’altro a mezzo tra storia e edificante leggenda. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Ponte de la Dona Onesta27 May 2020
Subito dopo i Frari, invece, si trova il Ponte de la Dona Onesta, ponticello in ghisa costruito durante il periodo austriaco, come tutti quelli in questo materiale, in sostituzione a una precedente versione in pietra. Le leggende qui si sprecano. Due sono piuttosto maliziose: una narra che la struttura fosse destinata a crollare qualora vi fosse passata sopra una donna onesta... motivo per cui il ponte si trova ancora al suo posto, integro e sano. Poco distante c’è anche la faccia scolpita di una donna incassata nel muro: un autore, Giuseppe Tassini, racconta di due uomini che passando da quelle parti disquisivano sulla mancata onestà del genere femminile e uno dei due, indicando la faccia, disse qualcosa sul fatto che quella era l’unica donna onesta esistente al mondo. Un’altra storia lo associa all’abitazione di una meretrice lì nei dintorni: l’aggettivo onesta potrebbe riferirsi a lei come cortigiana intellettuale, oppure come prostituta discreta e dalle tariffe abbordabili. L’ultimo racconto, probabilmente il più attendibile, arriva da Iacopo Foscarini: abitavano nei pressi del ponte uno spadino e la sua bella moglie, della quale s’invaghì un patrizio che, cercando un modo per vederla, ordinò una spada al marito. In seguito, con la scusa di esaminare la manifattura della spada, questi s’introdusse nella casa in assenza dello spadino per approfittare della consorte, ma piuttosto di perdere l’onore la donna preferì uccidersi proprio con l’arma appena affilata. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Fondamenta del Buso27 May 2020
Oltre il Ponte di Rialto, tra questo e il Fondaco dei Tedeschi, c’è uno spazio oggi pressoché occupato da tavolini di locali pubblici, chiamato Fondamenta del Buso. C’è chi sostiene che il nome derivi dalla ristrettezza degli spazi, ma c’è invece chi è convinto che il suo significato sia osceno, legando il nome a un fatto curioso. Capitò che Venezia decidesse di allontanare le prostitute dall’area di Rialto, per disordini a loro connessi, ma la loro assenza ne produsse di peggiori, tanto che la Repubblica dovette recedere dalla sua decisione. Così le prostitute, tornando nei loro usuali luoghi di lavoro, si affollarono in questo punto per prendere il traghetto. Il Coronelli, nella sua opera “i Viaggi” (Venezia 1697) avvalora questa tesi affermando che il luogo si chiamava anche Traghetto dei Ruffiani, ora del Buso. Anche Rio Terà de le Carampane a San Cassiano ricorda questo mestiere “antico”: la denominazione carampane, infatti, deriva dalle case della famiglia Rampani (Ca’ Rampani), affittate per l’attività di meretricio. È anche noto che in dialetto veneziano carampana indica una donna vecchia e zitella: questo perché quando le prostitute tornarono a svolgere l’attività nel resto della città, rimasero qui solo le più vecchie e meno desiderate. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Corte de l’Anatomia27 May 2020
C’è poi la curiosissima Corte (piccolo campo) de l’Anatomia, vicino a San Giacomo dall’Orio: fin dal 1368 si era stabilito per legge che ogni anno, in un piano di lotta alle malattie infettive, si dovesse eseguire per un certo numero di mesi l’autopsia dei cadaveri; tale operazione si compiva in luoghi della città specifici, come ad esempio a San Paternian (oggi Campo Manin) o alla Scuola di San Marco in Campo di Santi Giovanni e Paolo, nonché in vari altri luoghi pubblici o privati. Sul finire del 1400 infine fu proposto di costruire un teatro anatomico, che venne realizzato presso Campo San Giacomo, ma solo due secoli dopo, grazie a un lascito del patrizio Lorenzo Giustinian. Il Teatro Anatomico fu aperto così nel 1671, e vi fu annessa anche una Scuola di Anatomia. Qui rimase fino al primo ‘800 quando, dopo un gravissimo incendio, venne spostato assieme alla Scuola presso l’Università di Padova. Incendi che spesso devastarono intere zone della città di Venezia; testimoniati anche da alcuni nizioleti come quello che porta la scritta Calle del Primo Brusà presso Barbaria de le Tole a Castello, in ricordo di un primo furibondo incendio scatenatosi nel 1683 in quella via (il secondo avvenne tre anni dopo nella calle limitrofa). © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Ponte de la Fava27 May 2020
Nei pressi di San Lio ci sono il Ponte de la fava e l’omonima chiesa. Esisteva sul muro di una casa qui vicino un’immagine sacra della Madonna, considerata dal popolo miracolosa. Un giorno un frutarol che vendeva prevalentemente fave, nascose sotto alcuni sacchi di questo legume un carico di sale di contrabbando, ma improvvisamente arrivarono gli sbirri e lui impaurito si gettò sulle fave con il suo corpo, proteggendo il carico legittimo e quello illecito. Le guardie non trovarono però nessuna illegalità nei suoi prodotti, per intervento, si ritenne, miracoloso della sacra immagine della Vergine; e il truffaldino si salvò. Secondo altri invece esisteva qui una bottega che vendeva fave il giorno dei morti, secondo l’uso antico romano: se ne mangiavano e se ne donavano in gran quantità, nella convinzione che le anime dei trapassati si inglobassero proprio dentro questo legume. Cambiati poi i gusti della gente e ridottosi il consumo di fave, esse furono sostituite dai dolcetti a base di zucchero, o di zucchero e mandorle, che continuano a chiamarsi fave, ma sono senza dubbio più deliziosi. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calle Larga dei Bari27 May 2020
A San Simeon Grande, poi, c’è una Calle Larga dei Bari con una Lista Vecchia dei Bari. Il termine baro ha un duplice significato: isoletta in origine paludosa che venne concessa ad un gruppo di monache per erigervi il proprio convento; con il tempo bonificata e poi arricchita di edifici. Pur essendo quest’area piuttosto popolare, pare che la sua denominazione non abbia nulla a che fare con i bari (barattieri, truffatori), sebbene a Venezia spesso si scherzasse sull’ambiguità dei termini. Questa espressione è anche associata al mestiere dei bareteri, cioè fabbricanti e commercianti di berrette di lana e cotone, che qui praticavano il proprio mestiere e che avevano la sede della Scuola della propria arte in Chiesa di San Biasio. Con il termine lista, poi, si indicava la via su cui insisteva la dimora di qualche ambasciatore; qui infatti c’era la dimora dell’ambasciatore dell’Impero. Invece, nelle adiacenze della stazione ferroviaria, la prima parte della Strada Nova si chiama Lista di Spagna, perché qui risiedevano gli ambasciatori iberici. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Fondamenta de la Preson27 May 2020
Fondamenta de la Preson a Rialto ricorda la presenza di prigioni, soprattutto per i debitori. Si narra che nel Cinquecento uno dei prigionieri evase tuffandosi nel canale antistante. La notte stessa tentò un furto all’interno di un ricco palazzo, uscendo dal quale venne riconosciuto da alcune guardie e nuovamente arrestato. La condanna per i reati commessi fu feroce: taglio della mano destra e impiccagione. La Serenissima era molto severa nel punire malfattori e criminali, come testimonia anche il nizioleto in Rio del Garaffo a Rialto: Ponte dei Squartai. Il termine potrebbe alludere ai quarti di carne bovina che qui venivano portati dalla terraferma, ma potrebbe avere anche una spiegazione più macabra: in questo luogo venivano esposte anche le membra squartate dei delinquenti giustiziati; come quelle di un certo Biasio Luganeger, a cui vennero prima amputate le mani, poi fu decapitato e infine i suoi “quarti” messi in mostra alla folla. Ma la violenza dilagava in tutta la città; lo ricorda Rio e Fondamenta del Malcanton a Dorsoduro. Malcanton, ovvero luogo da brividi, insicuro, pericoloso, dove pare fosse impossibile transitare senza essere derubati, percossi o peggio. Si narra che qui fu ucciso addirittura il vescovo Ramperto Polo, reo di aver preteso decime troppo esose. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Ponte dei Pugni26 May 2020
Ponte dei Pugni, nella Parrocchia dei Carmini, è così denominato perché luogo degli scontri cittadini che nel 1500 vedevano opposti Castellani, carpentieri della Venezia Sud, e Nicolotti, pescatori della Venezia Nord. Non è mai stato chiaro da dove nascesse la contesa, ma al Governo della Serenissima faceva comodo questa divisione perché in caso di sollevazione di una fazione, poteva contare sull’appoggio dell’altra. C’è poi Sotoportego de le Do Spade, con Calle e Ponte sul Rio de le Bacarie a San Silvestro, la cui denominazione non deriva, come si potrebbe pensare, da un duello tra schermidori, ma da una beffa amorosa compiuta dal celeberrimo Casanova. Una sera di Carnevale del 1745, il giovane Giacomo riuscì a godere della compagnia di una nobildonna sposata, facendo allontanare il marito con l’inganno. La notte di passione fu trascorsa in una locanda dal nome “de le do spade”, epiteto da quell’episodio assegnato anche a sotoportego, calle e ponte limitrofi. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Calleselle di castel Cimesin26 May 2020
Considerando il nome in sé, anche pronunciato alla veneta (simesìn), esso parerebbe far riferimento alla cimice, animaletto molto fastidioso per le sue instancabili punture e molto diffuso un tempo, che spesso si presentava con un colore tendente al rossastro. Dunque, più che il cognome di famiglia sembra che esso possa leggersi come un soprannome, vale a dire “fastidioso, irritabile” o “rosso”, naturalmente di capigliatura. Nella storiografia veneziana o latamente veneta, un nome o soprannome di questo tipo si incontra solo in area trentina, dove un Nicolò Cimesin operava come notaio proprio a Trento, presso la corte del vescovo principe, tra la seconda metà del 1300 e il primo decennio del 1400. Si pensa che questo Cimesin abbia parteggiato per i veneziani durante la guerra che oppose Scaligeri e Visconti a Venezia (1380-1402 circa), forse anche ricevendo ospitalità nella città lagunare per sé e per i parenti. Se così fossero andati i fatti forse avrebbe un senso e troverebbe una spiegazione la presenza a Venezia di questo nome di famiglia così inconsueto, presente anche in un nizioleto che porta la scritta Ramo Cimesin, alle Chiovere (San Rocco). © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Rio de le Toresele26 May 2020
Interessante è il ruolo che hanno avuto nella toponomastica le difese murarie, erette ancor prima dell’anno 1000 per proteggere l’area Marciana dalle incursioni di ungheri e pirati, specie provenienti dalla vicina Istria e dalla Dalmazia (prime difese costruite già in buona parte con il Doge Tribuno, 888-906). Proprio per difendere l’accesso al Bacino di San Marco fu edificato il Forte di San Nicoleto al Lido a cui con il tempo fece da contrappunto il Forte di Sant’Andrea di fronte ad esso. Vuole qualcuno che una difesa muraria corresse lungo tutta la linea che va dall’Arsenale di oggi (o meglio da San Pietro di Castello, probabilmente l’antica Olivolo) a Santa Maria Zobenigo, dove qui di notte si tiravano le catene tra le due opposte rive del Canal Grande, fino cioè all’attuale Rio de le Toresele, a fianco del Palazzetto Dario, per impedire l’accesso all’area di Rialto di imbarcazioni di pirati. Di queste difese ora rimane traccia nelle antiche cronache e nelle opere storiografiche, mentre la toponomastica riesce a suggerire realtà a supporto dei lavori degli storici, ma non sempre facili da leggere e da interpretare. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Ponte di Rialto26 May 2020
Impossibile tralasciare il Ponte di Rialto, il cui nome deriva dalla sponda in cui sorge: Rialto è il nucleo più antico della città di Venezia, dalla denominazione di origine latina, rivus praealtus (poi rivus altus), che significa “canale molto profondo”, riferimento all’odierno Canal Grande. Nel corso della storia ebbe diverse versioni in legno, tutte danneggiate o addirittura crollate a causa del peso della gente. L’ultimo attraversamento ligneo fu realizzato nel 1444 con una struttura a ponte levatoio, abbellita da negozi. Ciononostante, il popolo veneziano continuava a reclamare un ponte più solido: il progetto di Rialto in pietra venne così affidato all’architetto Da Ponte, che portò a termine il cantiere solo nel 1591. Per prendersi gioco di quanti criticarono la lentezza dei lavori, il governo fece scolpire sulla facciata di Palazzo Camerlenghi due capitelli grotteschi, visibili dal ponte: un uomo con un’escrescenza unghiata tra le gambe faceva il verso a chi affermò “dovarà prima cressarme un’ongia tra le gambe par vederlo finio”; e una donna raffigurata con il basso ventre in fiamme ricordava chi disse “quel zorno me brusarò la natura!”. Editoriale Programma - Lorenzo Somma
Fondamente Nove 26 May 2020
Le Fondamente Nove furono così chiamate dopo che il 20 dicembre 1766 una fortissima bufera devastò la parte settentrionale della città, rendendo necessaria la quasi totale ricostruzione della fondamenta che si affaccia verso Murano e l’isola di San Michele (attuale cimitero monumentale cittadino). Un tempo erano un luogo molto ricercato dai Veneziani che vi si recavano a passeggiare per via della presunta salubrità dell’aria: si riteneva ad esempio che qui non fossero possibili i contagi delle pestilenze. Forse per questo motivo vi ebbero dimora anche alcuni dei pittori più importanti, tra cui Tiziano: oggi della sua casa, dove il bel giardino spesso ospitava circoli culturali frequentati da artisti e letterati, non resta che una breve indicazione dietro le fermate dei vaporetti della circolare che porta al Piazzale Roma o a San Pietro di Castello. © Editoriale Programma - Lorenzo Somma
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