Tutto quello che è successo dopo alcuni dei più noti casi di cronaca nera italiana. Una storia ogni mese, il primo del mese. Un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi.
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Roma, 9 maggio 1997 - Prima parte
dimanche 1 septembre 2024 • Durée 54:27
Il 9 maggio 1997 poco dopo le 11:40 Marta Russo, studentessa ventiduenne, venne colpita alla testa da un proiettile mentre camminava all’interno dell’università La Sapienza, di Roma, dove studiava Giurisprudenza. Morì cinque giorni dopo.
Le due nuove puntate di Indagini raccontano che cosa avvenne nei giorni e nelle settimane successive a quel delitto: la ricerca di chi aveva sparato, da dove e perché. L’arma del delitto non venne trovata e non fu individuato il movente. La ricostruzione della traiettoria del proiettile fu estremamente complessa: era impossibile stabilire l’esatta posizione della testa della ragazza quando fu colpita. Si ricorse a una ricostruzione in 3D realizzata nei laboratori della polizia scientifica.
La perizia chiamata Stub individuò particelle apparentemente riconducibili agli elementi di innesco di uno sparo sul davanzale di una finestra dell’istituto di Filosofia del Diritto. Quelle perizie furono però di fatto cancellate dal processo per decisione della Corte di Cassazione. Ma soprattutto Indagini racconta il percorso cronologico delle testimonianze mutevoli che portarono all’arresto di due assistenti dell’istituto, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Quelle testimonianze, di tre persone, furono molto contestate durante il processo e suscitarono forti polemiche per i metodi usati durante gli interrogatori.
Scattone e Ferraro, che si sono sempre dichiarati innocenti, furono condannati per omicidio colposo e per favoreggiamento. L’arma del delitto non è mai stata trovata, il movente mai individuato.
Ogni due mesi c’è Altre Indagini: altre storie di Stefano Nazzi per le persone abbonate al Post. Per ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post.
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Roma, 9 maggio 1997 - Seconda parte
dimanche 1 septembre 2024 • Durée 01:07:13
Il 9 maggio 1997 poco dopo le 11:40 Marta Russo, studentessa ventiduenne, venne colpita alla testa da un proiettile mentre camminava all’interno dell’università La Sapienza, di Roma, dove studiava Giurisprudenza. Morì cinque giorni dopo.
Le due nuove puntate di Indagini raccontano che cosa avvenne nei giorni e nelle settimane successive a quel delitto: la ricerca di chi aveva sparato, da dove e perché. L’arma del delitto non venne trovata e non fu individuato il movente. La ricostruzione della traiettoria del proiettile fu estremamente complessa: era impossibile stabilire l’esatta posizione della testa della ragazza quando fu colpita. Si ricorse a una ricostruzione in 3D realizzata nei laboratori della polizia scientifica.
La perizia chiamata Stub individuò particelle apparentemente riconducibili agli elementi di innesco di uno sparo sul davanzale di una finestra dell’istituto di Filosofia del Diritto. Quelle perizie furono però di fatto cancellate dal processo per decisione della Corte di Cassazione. Ma soprattutto Indagini racconta il percorso cronologico delle testimonianze mutevoli che portarono all’arresto di due assistenti dell’istituto, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Quelle testimonianze, di tre persone, furono molto contestate durante il processo e suscitarono forti polemiche per i metodi usati durante gli interrogatori.
Scattone e Ferraro, che si sono sempre dichiarati innocenti, furono condannati per omicidio colposo e per favoreggiamento. L’arma del delitto non è mai stata trovata, il movente mai individuato.
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Roma, 10 luglio 1991 - Prima parte
mercredi 1 mai 2024 • Durée 46:51
Il 10 luglio 1991 intorno alle nove del mattino, Alberica Filo della Torre venne assassinata all’interno della sua villa, nel quartiere romano dell’Olgiata. In casa in quel momento c’erano i figli bambini della donna e alcune persone che lavoravano nella villa.
Il delitto suscitò un enorme interesse da parte dei media. Alberica Filo della Torre era di origini nobili, l’omicidio era avvenuto all’interno di un complesso, quello dell’Olgiata, considerato esclusivo e abitato da persone estremamente facoltose. I giornali parlarono di delitto «tra i sangue blu».
Le indagini appurarono da subito che il marito della donna, Pietro Mattei, aveva un alibi riscontrabile e solido. Nonostante questo le illazioni sulla stampa furono continue e durarono molti anni. Così come furono lunghe e spesso apparirono caotiche le indagini. Ci furono vari sospettati ma senza che ci fosse mai un riscontro concreto. La vicenda, tre anni dopo il delitto, si incrociò con un’altra indagine, quella sul cosiddetto scandalo dei fondi neri del Sisde, il servizio segreto italiano. Ma anche quella pista si rivelò poi inconsistente.
Più volte si parlò di archiviazione dell’indagine ma Pietro Mattei, e con lui i suoi figli, si opposero sempre insistendo anzi sul proseguimento e sull'ampliamento dell’indagine che, grazie a nuove tecniche di investigazione scientifica, avrebbero potuto individuare nuovi elementi importanti.
La soluzione del caso arrivò però solo 19 anni dopo il delitto. Ed era sempre stata presente tra i reperti acquisiti in fase d’indagine. La registrazione di un’intercettazione telefonica che conteneva elementi fondamentali per l’individuazione del colpevole non era mai stata, inspiegabilmente, ascoltata. E alcune tracce biologiche lasciate sul luogo del delitto erano state prima ignorate e poi analizzate solo superficialmente. Quelle tracce rappresentarono una conferma a ciò che era contenuto nell’intercettazione telefonica.
A distanza di anni dal delitto Pietro Mattei e i suoi figli accusarono chi aveva condotto le indagini di macroscopici errori.
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Roma, 10 luglio 1991 - Seconda parte
mercredi 1 mai 2024 • Durée 46:09
Il 10 luglio 1991 intorno alle nove del mattino, Alberica Filo della Torre venne assassinata all’interno della sua villa, nel quartiere romano dell’Olgiata. In casa in quel momento c’erano i figli bambini della donna e alcune persone che lavoravano nella villa.
Il delitto suscitò un enorme interesse da parte dei media. Alberica Filo della Torre era di origini nobili, l’omicidio era avvenuto all’interno di un complesso, quello dell’Olgiata, considerato esclusivo e abitato da persone estremamente facoltose. I giornali parlarono di delitto «tra i sangue blu».
Le indagini appurarono da subito che il marito della donna, Pietro Mattei, aveva un alibi riscontrabile e solido. Nonostante questo le illazioni sulla stampa furono continue e durarono molti anni. Così come furono lunghe e spesso apparirono caotiche le indagini. Ci furono vari sospettati ma senza che ci fosse mai un riscontro concreto. La vicenda, tre anni dopo il delitto, si incrociò con un’altra indagine, quella sul cosiddetto scandalo dei fondi neri del Sisde, il servizio segreto italiano. Ma anche quella pista si rivelò poi inconsistente.
Più volte si parlò di archiviazione dell’indagine ma Pietro Mattei, e con lui i suoi figli, si opposero sempre insistendo anzi sul proseguimento e sull'ampliamento dell’indagine che, grazie a nuove tecniche di investigazione scientifica, avrebbero potuto individuare nuovi elementi importanti.
La soluzione del caso arrivò però solo 19 anni dopo il delitto. Ed era sempre stata presente tra i reperti acquisiti in fase d’indagine. La registrazione di un’intercettazione telefonica che conteneva elementi fondamentali per l’individuazione del colpevole non era mai stata, inspiegabilmente, ascoltata. E alcune tracce biologiche lasciate sul luogo del delitto erano state prima ignorate e poi analizzate solo superficialmente. Quelle tracce rappresentarono una conferma a ciò che era contenuto nell’intercettazione telefonica.
A distanza di anni dal delitto Pietro Mattei e i suoi figli accusarono chi aveva condotto le indagini di macroscopici errori.
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Milano, 18 marzo 1978 - Trailer
mercredi 10 avril 2024 • Durée 05:15
Ogni due mesi c’è Altre Indagini: altre storie di Stefano Nazzi per le persone abbonate al Post. Per ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post.
Il 18 marzo 1978 due ragazzi di 18 anni, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, furono assassinati in via Mancinelli, a Milano. Era un sabato, poco prima delle venti. Vennero uccisi con otto colpi di pistola, tutti andati a segno. Iniziò quella sera una storia lunga, con indagini condotte da otto magistrati diversi, spesso impegnati anche in altre inchieste e quindi costretti a dedicarsi alla vicenda solo parzialmente. Indagini fatte inizialmente male, con perizie approssimative e a volte incomplete, testimonianze non raccolte, elementi tralasciati.
È la storia di un immediato e maldestro tentativo di depistaggio. Di reperti incomprensibilmente distrutti, di un collegamento tra Milano, un’altra città lombarda, Cremona, e Roma, perché dagli ambienti dell’estrema destra romana, secondo le ipotesi investigative, sarebbero arrivati gli esecutori dell’omicidio.L’omicidio avvenne in giorni che furono tra i più angoscianti nella storia d’Italia dalla fine della II guerra mondiale. Il 16 marzo, due giorni prima dei fatti di Milano, a Roma era infatti stato sequestrato dalle Brigate Rosse il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro.Ciò che accadde alle 20 del 18 marzo 1978 in via Mancinelli è anche la storia di una città, di una generazione, di un funerale a cui parteciparono molte decine di migliaia di persone con un coinvolgimento emotivo che tanti non avevano mai visto né provato. Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci erano due ragazzi di sinistra ma non militavano in nessun gruppo, non erano due leader, non erano conosciuti. Frequentavano il centro sociale Leoncavallo ma anche lì non erano due leader, due in vista.
Erano, come dissero le decine di migliaia di ragazzi che parteciparono al funerale, «due come noi, esattamente come noi».Negli anni molti elementi sono emersi, anche grazie a collaboratori di giustizia appartenenti al terrorismo nero. Non c’è mai stata, però, una conclusione giudiziaria della vicenda. Ora, a distanza di tanto tempo, la procura di Milano ha ripreso il filo di quella vicenda aprendo un fascicolo conoscitivo, senza cioè indagati e ipotesi di reato. L’obiettivo è capire se esistono elementi per riaprire ufficialmente le indagini.
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Roma, 22 giugno 1983 – Prima parte
lundi 1 avril 2024 • Durée 01:04:02
Ogni due mesi c’è Altre Indagini: altre storie di Stefano Nazzi per le persone abbonate al Post. Per ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post.
Emanuela Orlandi uscì di casa tra le 15.30 e le 16 del 22 giugno 1983. Abitava entro le mura vaticane, suo padre era commesso presso il Palazzo Apostolico. Quel giorno ebbe lezioni, come faceva tre volte alla settimana, all’ Istituto Ludovico Da Victoria, associato al Pontificio istituto di musica sacra, in piazza Sant’Apollinare, nel centro di Roma.
Uscì dall’istituto poco prima delle 19, assieme alle sue compagne e ai compagni di corso. Poi nessuno la vide più, almeno ufficialmente.
La storia della scomparsa di Emanuela Orlandi è uno dei casi di cronaca più famosi d’Italia, forse il più intricato, tra i più raccontati.
Ma è anche molto altro. È anche la storia di depistaggi, testimonianze spesso inattendibili, silenzi e reticenze da parte del Vaticano, piste seguite e rivelatesi poi dopo anni assolutamente inconsistenti. È anche la storia di come molti di coloro che sono comparsi in questa storia hanno approfittato della scomparsa di una ragazza di 15 anni, per fini politici, per sviare le indagini o semplicemente, come scrisse una delle magistrate che indagò, per conquistare un quarto d’ora di celebrità.
A distanza ormai di 41 anni dal giorno in cui Emanuela Orlandi scomparve, si può tentare di ripercorrere la vicenda sottolineando gli aspetti più incongrui, le notizie che in realtà non erano notizie, le testimonianze più improbabili, le reticenze di chi probabilmente qualcosa sapeva ma non comunicò mai nulla alla procura incaricata delle indagini, quella romana. Ricostruendo anni di rivelazioni improbabili, ricerche infruttuose, segnalazioni false, tutto mischiato ormai in un grade contenitore nel quale è difficile anche solo orientarsi.
Ben sapendo che troppe volte è stata usata la parola verità, ma quelle verità ancora è nascosta da qualche parte.
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Roma, 22 giugno 1983 – Seconda parte
lundi 1 avril 2024 • Durée 54:33
Ogni due mesi c’è Altre Indagini: altre storie di Stefano Nazzi per le persone abbonate al Post. Per ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post.
Emanuela Orlandi uscì di casa tra le 15.30 e le 16 del 22 giugno 1983. Abitava entro le mura vaticane, suo padre era commesso presso il Palazzo Apostolico. Quel giorno ebbe lezioni, come faceva tre volte alla settimana, all’ Istituto Ludovico Da Victoria, associato al Pontificio istituto di musica sacra, in piazza Sant’Apollinare, nel centro di Roma.
Uscì dall’istituto poco prima delle 19, assieme alle sue compagne e ai compagni di corso. Poi nessuno la vide più, almeno ufficialmente.
La storia della scomparsa di Emanuela Orlandi è uno dei casi di cronaca più famosi d’Italia, forse il più intricato, tra i più raccontati.
Ma è anche molto altro. È anche la storia di depistaggi, testimonianze spesso inattendibili, silenzi e reticenze da parte del Vaticano, piste seguite e rivelatesi poi dopo anni assolutamente inconsistenti. È anche la storia di come molti di coloro che sono comparsi in questa storia hanno approfittato della scomparsa di una ragazza di 15 anni, per fini politici, per sviare le indagini o semplicemente, come scrisse una delle magistrate che indagò, per conquistare un quarto d’ora di celebrità.
A distanza ormai di 41 anni dal giorno in cui Emanuela Orlandi scomparve, si può tentare di ripercorrere la vicenda sottolineando gli aspetti più incongrui, le notizie che in realtà non erano notizie, le testimonianze più improbabili, le reticenze di chi probabilmente qualcosa sapeva ma non comunicò mai nulla alla procura incaricata delle indagini, quella romana. Ricostruendo anni di rivelazioni improbabili, ricerche infruttuose, segnalazioni false, tutto mischiato ormai in un grade contenitore nel quale è difficile anche solo orientarsi.
Ben sapendo che troppe volte è stata usata la parola verità, ma quelle verità ancora è nascosta da qualche parte.
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Liguria Piemonte, ottobre 1997- aprile 1998 - Prima parte
vendredi 1 mars 2024 • Durée 50:34
Ogni due mesi c’è Altre Indagini: altre storie di Stefano Nazzi per le persone abbonate al Post. Per ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post.
Tra l’ottobre del 1997 e l’aprile del 1998 Donato Bilancia uccise 17 persone. Assassinò nove uomini e otto donne, tra la Liguria e il Piemonte.
Per molti mesi quei delitti non vennero messi in relazione, indagarono quattro procure diverse. Nonostante alcune indicazioni e una perizia balistica che collegava i primi tre delitti, le indagini proseguirono in direzioni diverse. Nessuno allora pensava che potesse esistere in Italia un assassino seriale con quelle caratteristiche.
Uccise prima per vendetta, poi per sviare le indagini, infine per il puro piacere di farlo. Lo arrestarono grazie a un grave errore che commise ma che fu scoperto solo per un colpo di fortuna. Quando gli inquirenti lo interrogarono per la prima volta erano decisi a contestargli sette omicidi, lui ne confessò 17 rivelando anche che la morte di un uomo, catalogata come morte naturale era stata in realtà un ‘omicidio e che era stato lui a commetterlo.
Bilancia fu sottoposto a numerose perizie psichiatriche e dichiarato capace di intendere e di volere al momento dei fatti.
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Liguria Piemonte, ottobre 1997- aprile 1998 - Seconda parte
vendredi 1 mars 2024 • Durée 58:24
Ogni due mesi c’è Altre Indagini: altre storie di Stefano Nazzi per le persone abbonate al Post. Per ascoltare Altre Indagini, abbonati al Post.
Tra l’ottobre del 1997 e l’aprile del 1998 Donato Bilancia uccise 17 persone. Assassinò nove uomini e otto donne, tra la Liguria e il Piemonte.
Per molti mesi quei delitti non vennero messi in relazione, indagarono quattro procure diverse. Nonostante alcune indicazioni e una perizia balistica che collegava i primi tre delitti, le indagini proseguirono in direzioni diverse. Nessuno allora pensava che potesse esistere in Italia un assassino seriale con quelle caratteristiche.
Uccise prima per vendetta, poi per sviare le indagini, infine per il puro piacere di farlo. Lo arrestarono grazie a un grave errore che commise ma che fu scoperto solo per un colpo di fortuna. Quando gli inquirenti lo interrogarono per la prima volta erano decisi a contestargli sette omicidi, lui ne confessò 17 rivelando anche che la morte di un uomo, catalogata come morte naturale era stata in realtà un ‘omicidio e che era stato lui a commetterlo.
Bilancia fu sottoposto a numerose perizie psichiatriche e dichiarato capace di intendere e di volere al momento dei fatti.
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Irpinia, 23 novembre 1980 - Trailer
samedi 10 février 2024 • Durée 07:39
Quella del terremoto in Irpinia è una puntata speciale per le persone abbonate. Se vuoi ascoltarla puoi abbonarti qui.
Il 23 novembre 1980 un forte terremoto colpì la Campania centrale e la Basilicata centro settentrionale. Erano le 19.52, durò 90 secondi. Il sisma ebbe conseguenze durissime soprattutto in Irpinia. Per molte ore non si riuscì a individuare l'esatto epicentro, i soccorsi tardarono, molti comuni restarono isolati per ore, alcuni per giorni. E quando gli aiuti iniziarono ad arrivare mancavano le attrezzature, addirittura i paletti per le tende, le scorte d'acqua.
Le due puntate di Altre Indagini partono da quella sera ma raccontano soprattutto ciò che accadde dopo: la paralisi del sistema di protezione civile, denunciata in diretta televisiva anche dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, la mancanza di coordinamento. Ma anche l'enorme supporto dei volontari giunti da tutta Italia che in molti casi sopperirono alla mancanza delle istituzioni.
E poi il dopo: gli sperperi e le ruberie durante la ricostruzione, la presenza della camorra e i patti con i politici, i capannoni industriali costruiti e poi abbandonati, le ville con piscina edificate dove in realtà i progetti prevedevano stalle per animali, le strade costate trenta volte di più di quanto si sarebbe dovuto spendere.
Indagini è un podcast del Post, scritto e raccontato da Stefano Nazzi
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